Un viaggio tra fisico e metafisico. La mostra di Calò a Villamaina

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Di Vincenzo Fiore

Dopo la mostra a Castel dell’Ovo, questa sera dalle ore 20:00 alle ore 22:30, l’artista irpino Carmine Calò propone a Villamaina la serata conclusiva di “Anime nascoste”, presso “L’Antica Taverna” (Strada statale, 428). Un viaggio tra fisico e metafisico alla ricerca dell’anima, quello di Calò. Il viaggio che il visitatore intraprende si svolge in un’atmosfera quasi da Inferno dantesco, attraverso le opere che si mostrano nel loro aspetto materiale e che accompagnano il visitatore in un percorso emotivo raccontato non solo dalle immagini, ma anche dai versi dall’autore stesso. Carmine Calò narra che il suo rapimento artistico è avvenuto davanti alle immagini di un libro, che riportavano i resti dell’antica città di Nimrud ora distrutta dall’Isis. Emotivamente immerso tra le rovine della città ha dato inizio al suo viaggio. L’artista irpino, fortemente innamorato delle sue radici, utilizza per realizzare le sue opere materiali naturali e di recupero: vecchie botti, rivestimenti di fienili e la terra, la terra irpina che egli lavora e modella straordinariamente mostrandola in tutta la sua bellezza. Proprio con la terra e con il fango della Mephite, realizza la prima opera del percorso: “La sorgente della gratificazione della dea Mefite”, una riproduzione precisa di una fumarola realizzata con il fango preso direttamente dalle sorgenti sulfuree, tanto che le narici del visitatore si riempiono di un forte odore di zolfo. Fortemente suggestiva è l’opera: “Il mare della disperazione e delle lacrime perse”, una miriade di mani protese verso il cielo che formano un sentiero divisorio tra due mari, dove sugli scogli bagnati di lacrime si sedimentano le urla che provengono la lontano. Il viaggio artistico continua con una grande barca che fluttua su un suolo arido, su terra spaccata dal sole, senza remi, senza timone e senza vele: “Il mare della fede”. Salendo di un piano all’interno della cascina ci si trova al centro di una tholos, dove su vecchie tavole corrose vengono rappresentati corpi legati da funi e bloccati da pesanti croci che si alternano a giacigli vuoti; inoltre, una serie di mani: mani di un bambino, mani di un uomo, mani di un vecchio e polvere, che raccontano l’effimera vita dell’uomo. Il visitatore a questo punto viene spinto verso: “Il deposito delle ali”, ali diverse, ali ferme, ali catturate. Un paio sono attraversate da filo spinato. Ali che non volano, ali che sembrano aspettare qualcuno che le scelga per donare loro nuova libertà: «Volevo distruggere tutto, / volevo essere nudo, / volevo pensarmi da solo, / volevo lasciare questo corpo / che non mi appartiene, / carcassa di torture e penitenza, / indegno custode della mia anima / e volare via per sempre».