Resistenza antimicrobica: in Italia è emergenza

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In occasione della Settimana mondiale sull’uso consapevole degli antibiotici (World Antibiotic Awareness Week, 12-18 November 2018) e della Giornata europea degli antibiotici (18 novembre),l’intervento e l’appello alle Istituzioni di Marco Tinelli, Tesoriere della SIMIT, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, già Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Malattie Infettive e Tropicali – Azienda Ospedaliera di Lodi e Presidente del 7° Congresso Internazionale AMIT, Argomenti di Malattie Infettive, che si terrà nel marzo 2019 a Milano.

L’attenzione sia delle istituzioni che dei media al fenomeno dell’antibiotico-resistenza negli ultimi anni, ha finalmente evidenziato la fondamentale importanza di porre in atto interventi di prevenzione non più dilazionabili nel nostro Paese. E’ di pochi giorni fa un allarmante articolo edito dalla prestigiosa rivista “The Lancet Infectious Diseases”, firmato da autori appartenenti al Centro Europeo per il Controllo delle Malattie Infettive (ECDC) e facente capo alla UE, che si è basato su un modello statistico denominato DALYs sviluppato su dati del 2015 e forniti da una rete di sorveglianza europea sulle resistenze batteriche (Ears-Net).

Tale modello descrive il “peso sanitario” delle infezioni da batteri multi–resistenti, cioè come esse incidono clinicamente sul determinismo della mortalità e sull’induzione di una disabilità ad esse conseguente. Pur con i limiti di un modello statistico, si evince che nei Paesi dell’Unione europea si sono verificati 671.689 casi di infezioni antibiotico-resistenti, a cui sono attribuibili 33.110 decessi e 874.541 condizioni di disabilità. Il DALYs dimostra anche come le fasce di età più colpite sono i bambini nei primi mesi di vita e gli anzianiDrammaticamente, si evince anche che in Italia si è purtroppo verificato addirittura un terzo di tutti i decessi (pari a 10 mila morti) correlati all’antibiotico resistenza rispetto al resto d’Europa. Non è, del resto, la prima volta che il nostro Paese esce estremamente malconcio da valutazioni internazionali sul problema delle infezioni.

A gennaio dello scorso anno una delegazione di esperti, nominata sempre dall’ECDC e dopo avere visitato alcuni ospedali in tre regioni italiane, aveva pesantemente evidenziato come “la situazione della resistenza antimicrobica nelle regioni e negli ospedali italiani rappresenta una grave minaccia per la salute pubblica del Paese” e che “sembra che i dati relativi alla resistenza antimicrobica siano accettati e considerati ineluttabili.” Inoltre, le più recenti rilevazioni epidemiologiche internazionali sulla resistenza batterica agli antibiotici dimostrano come in Italia non si è avuta alcuna riduzione percentuale.

Alcuni batteri, molto rilevanti dal punto di vista clinico come ad esempio Klebsiella pneumoniae, sviluppano resistenze ad alcune classi di antibiotici come i carbapenemi considerati una volta “salvavita”, tra le più alte in Europa pari al 33,5% subito dopo la Grecia. Di fronte a questi ripetuti “allarmi rossi” allora che fare ? Certamente un passo avanti è stato fatto con la pubblicazione del PNCAR (Piano di nazionale di controllo dell’antibiotico-resistenza) lo scorso hanno dove viene bene evidenziato l’obiettivo primario per il contenimento della diffusione dell’antibiotico resistenza: l’approccio “One Health”. Il significato di “One Health” deve essere inteso come una visione della salute non settoriale ma di insieme: infatti, le resistenze si trovano e si diffondono non solo a livello umano ma anche animale e nell’ambiente .

Purtroppo, dopo la pubblicazione del Piano, che prevedeva investimenti e risorse dedicate nei vari settori, nulla si è ancora concretamente visto. E’ evidente che di fronte ad una “grave minaccia per la salute pubblica del Paese”, bisogna correre ai ripari immediatamente. Non bastano i semplici recepimenti del PNCAR da parte delle regioni italiane (e non tutte) ma occorre che vengano sviluppati, seguendo le indicazioni contenute nello stesso Piano, provvedimenti realmente operativi a livello comunitario e negli ospedali. In alcune regioni italiane ed a macchia di leopardo, già in precedenza, era stato gestito il problema dell’antibiotico resistenza in modo appropriato ma senza una centralizzazione con poteri decisionali a livello di scala nazionale, i risultati sono difficili se non impossibili da raggiungere. Con l’attuale legislazione basata sulla regionalizzazione della sanità, prevedere un reale coordinamento centrale tra le regioni per la gestione del fenomeno antibiotico resistenza non è possibile, malgrado si convocano spesso riunioni e tavoli di confronto inter – regionali. I batteri si diffondono ovunque non conoscendo le frontiere e tantomeno non il titolo V della costituzione sull’autonomia delle regioni. La UE, ancora una volta, mette molto bene in evidenza come in Italia: “manca un reale coordinamento a tutti i livelli e tra i livelli.”

Malgrado i molti sforzi e la buona volontà delle istituzioni e di molte Società Scientifiche Italiane per migliorare questa drammatica situazione (ad es. la SIMIT- Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali ha fatto moltissime iniziative a livello della ricerca scientifica, della formazione e della comunicazione attraverso i più importanti media nazionali), questo non basta. Il Governo deve necessariamente prevedere che nel DEF 2019 vi sia una quota di investimenti dedicata e vincolata alla gestione del problema “antibiotico resistenza” almeno per alcune priorità più urgenti ed indilazionabili. Con la facile logica di fare tutto “iso-risorse” non si va da nessuna parte ed attualmente, in questa drammatica partita, il nostro Paese è il fanalino di coda dell’Europa.