Mezzogiorno: Confndustria-SRM, rischio di frenata al Sud, investimenti pubblici decisivi

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L’economia meridionale tiene un passo moderato, ma sempre più lento rispetto a quello seguito negli ultimi due anni, spinto dagli investimenti delle imprese, in particolare di quelle manifatturiere, e da una discreta performance sui mercati esteri. La fiducia resta abbastanza positiva, così come discrete restano le attese delle imprese industriali riferite a produzione e ordini. 

Ma i risultati meno lusinghieri delle micro imprese, tuttora prevalenti al Sud, il rallentamento dell’occupazione e del credito bancario, la situazione congiunturale complessiva del Paese e, soprattutto, una crescente debolezza dell’attore pubblico nel sostenere, con gli investimenti, la crescita economica dipingono una immagine del Mezzogiorno in cui gli elementi di preoccupazione iniziano a farsi più evidenti, e con essi a divenire più concreta la prospettiva di un rallentamento del ritmo di crescita.

Questo, in sintesi, il profilo delineato dal Check-Up Mezzogiorno, tradizionale pubblicazione curata da Confindustria e SRM – Studi e Ricerche per il Mezzogiorno (Centro Studi del Gruppo Intesa Sanpaolo) che per l’edizione di dicembre 2018 si concentra sull’approfondimento congiunturale dell’economia meridionale.

Secondo le stime preliminari, anche nell’anno che si sta per chiudere tutti e cinque gli indicatori (PIL, imprese, occupati, export, investimenti) che compongono l’Indice Sintetico dell’Economia meridionale, elaborato da Confindustria e SRM, sono positivi. Rispetto al 2017, rallenta però il ritmo con cui i valori del 2007 si stanno recuperando. Con l’andamento lento dell’ultimo anno, infatti, saranno necessari ancora 4 anni per tornare al valore di partenza dell’indice.

I principali segnali positivi continuano a provenire dalle imprese, che hanno superato il milione e 700mila, con un saldo positivo di 7mila unità, valore tanto più significativo se confrontato con il calo di 3mila unità registrato, nello stesso periodo, nel Centro-Nord. Positivo in particolare, il dato riferito alle imprese di capitali, il cui saldo migliora di ben 20mila unità rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (+6,5%). Tuttavia, quello meridionale rimane un tessuto produttivo caratterizzato in prevalenza da micro imprese.

Soprattutto, è apprezzabile la vitalità delle imprese meridionali dell’industria in senso stretto: il valore aggiunto industriale sale, nel 2017, del 4,1% al Sud (contro un +1,1% del Centro-Nord), con risultati particolarmente significativi nella manifattura vera e propria, che cresce al Sud del 5,8% (a fronte del +1,6% nel Centro-Nord). Il contributo maggiore a questa spinta significativa viene dagli investimenti, che crescono al Sud soprattutto nell’industria (+3% nel 2016, +7,7% nel 2017, con una stima di +14,9% nel 2018), compensando la contemporanea fermata che si registra nei servizi (i cui investimenti, per il 2018, sono addirittura stimati in leggero calo, -0,4%).

A novembre 2018 la fiducia delle imprese manifatturiere meridionali resta prevalentemente positiva e si mantiene sopra la media nazionale. In particolare si confermano stabili le attese sulla produzione, mentre continua il lento miglioramento del giudizio sugli ordini.

Un trend moderatamente positivo, ma non ancora sufficiente a far imboccare all’economia meridionale un robusto sentiero di crescita. Lo conferma l’esempio del settore TAC (tessile, abbigliamento, calzature) a cui il Check up di dicembre dedica un approfondimento, a cura dell’ISTAT. Un settore di grande rilievo per l’economia meridionale e di grande tradizione, che raccoglie oltre 15.600 imprese, dà lavoro a oltre 84 mila addetti e che, con oltre 2,5 miliardi di euro di fatturato, contribuisce alla creazione del 2,1% del PIL meridionale (dati 2015).

In un certo senso il settore TAC è un po’ la cartina di tornasole del tessuto imprenditoriale meridionale: un settore con numerose eccellenze, e altrettanto numerose imprese che ancora non riescono a fare il balzo in avanti in termini di valore aggiunto e di produttività: cosicché non stupisce se le stime sull’evoluzione del valore aggiunto negli anni successivi, considerando l’andamento dei valori di export del settore, mostrano una crescita apprezzabile, ma sempre più contenuta di quella registrata al Centro-Nord.

L’incertezza sulle prospettive è confermata in particolare dalle dinamiche creditizie. Infatti, nonostante un significativo calo delle sofferenze (scese in un anno di circa 15miliardi nel 2018), frenano in maniera sensibile anche gli impieghi (-4,5%). In particolare, continua il calo dei finanziamenti bancari alle imprese delle costruzioni e quelli alle famiglie, possibile segnale di frenata dei consumi che si accompagna al rallentamento della crescita dei servizi.

Un segnale importante proviene dal valore complessivo delle esportazioni meridionali dei primi nove mesi del 2018, che raggiunge quasi 37 miliardi di euro, con un incremento rispetto allo stesso periodo del 2017 del 7%, più che doppio di quello registrato nel complesso del Paese (+3,1%). Aumenta, in particolare, l’esportazione di idrocarburi, di mezzi di trasporto e di apparecchiature elettriche: continua, anche se con ritmi più contenuti, anche la crescita dell’export agroalimentare.

Registrano, invece, un improvviso stop gli ultimi dati sull’andamento del mercato del lavoro meridionale. Il III trimestre 2018 presenta un inatteso calo degli occupati, pari a -0,6%, peraltro non equamente distribuito: diminuiscono per la prima volta dopo diversi trimestri gli occupati in Campania (-55mila) mentre aumentano di oltre 25mila unità in Calabria.

Restano molto alte, in particolare, la disoccupazione femminile (al 19,3%) e soprattutto quella giovanile (a 43,3%). Pur se in calo, si conferma l’emergenza occupazione al Sud, dove poco più di un giovane su due effettivamente lavora.

Secondo le stime formulate nei mesi scorsi da alcuni tra i principali istituti di previsione, il PIL del Mezzogiorno dovrebbe sostanzialmente confermare, anche per il 2018, la tendenza ad una moderata crescita già registrata nel biennio precedente (+0,9%), anche se in maniera meno pronunciata rispetto alla media nazionale, e mettere a segno un risultato positivo anche per il 2019. Le più recenti revisioni delle previsioni operate a livello nazionale dai principali istituti (tra cui il Centro Studi Confindustria, che stima una crescita del PIL nazionale nel 2019 dello 0,9%) potrebbero tuttavia comportare una revisione al ribasso anche per l’andamento del PIL nella ripartizione meridionale.

Anche perché continua a mancare il contributo dell’attore pubblico alla crescita. La spesa in conto capitale della PA al Sud continua ad essere caratterizzata da un trend decrescente (da un massimo di 21,6 miliardi di euro nel 2009 ad un minimo di 10,6 nel 2017, anno in cui, secondo le stime, la spesa raggiunge il livello minimo degli ultimi 15 anni). Se solo la spesa fosse rimasta costante sui livelli raggiunti nel 2009 anche per gli anni successivi, sarebbero stati spesi poco meno di 60 miliardi di euro in più per investimenti pubblici al Sud, con effetti positivi che è facile stimare.

La centralità della questione industriale e quella della ripresa degli investimenti pubblici, prima di tutto in infrastrutture, si propongono dunque come due sfide assolutamente decisive per la riduzione dei divari e la stabilizzazione delle prospettive di crescita del Sud e dell’intero Paese: ma alcune scelte contenute nel ddl di bilancio, come le rimodulazioni delle risorse per la coesione e la riduzione di quelle per gli investimenti delle imprese meridionali lasciano dubbi sulla effettiva volontà di agire in questa direzione.