Quel filo spezzato 

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Undici anni fa, il 27 gennaio del 2008, concludeva il suo percorso terreno Antonio Aurigemma, Nacchettino, giornalista acuto, fine politico e sindaco di Avellino. Di quest’ultimo suo impegno intendo oggi scrivere per riflettere sulla città di ieri e quella odierna, così profondamente estranee tra loro. Il primo dato di diversità riguarda la classe dirigente chiamata a governare la città. Nel Consiglio comunale guidato da Aurigemma tra i banchi del palazzo De Peruta sedevano, tra gli altri, Manlio Rossi Doria, Ciriaco De Mita, Nicola Mancino, Italo Freda, Federico Biondi, Achille Benigni, Pasquale Acone, Enrico Fioretti. Assistere ai dibattiti consiliari, come oggi mi ritorna in mente, significava, allora per noi giovani, sentirsi cittadino a pieno titolo, con il desiderio di partecipare a quel laboratorio politico finalizzato a costruire una città migliore. Un filo riannodava il comune obiettivo nell’interesse di Avellino, pur nella contrapposta dialettica, mai scadente, dell’appartenenza politica. Si discuteva di conurbazione, della realizzazione di un nucleo industriale a servizio della città, di strutture civili e sociali da realizzare, dei quartieri periferici, dell’insediamento universitario, avendo una visione strategica della città legata al territorio regionale (erano quelli gli anni in cui nascevano le Regioni) e, soprattutto, all’uso delle risorse del governo nazionale. Certo, la differenza nasceva da una diversa qualità della politica, dal ruolo assunto dai partiti e, soprattutto, dalla selezione della classe dirigente. Oggi quei tempi sono distanti anni luce. La politica è morta e ciò che sopravvive è la lacerazione dei partiti, lo sfrenato individualismo, la smodata ambizione, l’assoluta incapacità di guadare oltre il piccolo interesse. Basta pensare agli avvilenti dibattiti delle ultime sedute dei Consigli comunali o all’assoluta mancanza di programmazione per il futuro di Avellino. Invertire si può: si riannodi quel filo spezzato.

di Gianni Festa