Città, non bande ma programmi 

0
1537

Si discute poco di città e molto di persone. In questa fase di avvio verso le elezioni amministrative del capoluogo si ripropone un vecchio schema che è stato, quasi sempre, la causa della disamministrazione della città. C’è chi si diletta a parlare del passato per appropriarsi di virtù non proprie, ma con l’intento di riproporsi al corpo elettorale e chi, invece, scende in campo con un trionfalismo esasperato annunciando prove di muscolarità per un sicuro successo. In ogni caso sono le persone ad occupare il campo, non le idee, le analisi, i programmi. Ciò accade perchè, a mio avviso, non c’è stata selezione di classe dirigente, la politica è morta e i partiti, se così si possono ancora chiamare i gruppuscoli che si aggregano, sono piccoli clan affamati di potere straccione. La dignità irpina è stata fagocitata da personaggi con il desiderio di colonizzare: dal Sannio mette insieme tutto quello che è possibile il parlamentare Umberto Del Basso De Caro; dal Salernitano il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, tenta di fare razzia di consensi utilizzando quei consiglieri regionali, ormai genuflessi per sopravvivere. Se a ciò si aggiunge che la borghesia della città, un tempo spina dorsale nelle vicende amministrative, opera un passo indietro perchè non vede prospettive allora il quadro diventa a tinte fosche. Anzi. Peggio. Perchè il vero rischio è di consegnare la città nelle mani dei signori delle tessere, dei faccendieri, dei senza pudore, e di quanti hanno tratto benefici dall’utilizzazione del bisogno che attraversa la crisi del lavoro, la dilagante povertà, l’emarginazione in cui i quartieri di Avellino sono stati costretti a vivere. E allora? E’ tempo di pensare ai programmi. Di analizzare criticamente le esigenze reali della città, di chiamare al confronto Ordini, categorie professionali e produttive, associazioni culturali e volontariato perchè tutti insieme si possa realizzare la città del futuro. E su questo si misurerà anche quale classe dirigente vorrà impegnarsi nel futuro.

di Gianni Festa