Il tenente Ferri, a un passo dalla cattura di Tito

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Di Antonio Polidoro

Con la precisione e lo scrupolo che caratterizza anche il suo servizio di Giudice di Pace a Mirabella, l’avvocato Ludovico Maffei di antica, distinta famiglia taurasina, ha raccolto circa venti anni or sono i racconti di guerra dell’avvocato Ferri, suo amico e concittadino. Su alcuni fogli dattiloscritti Maffei racconta un episodio in particolare che, se avesse preso la piega giusta, avrebbe cambiato il corso della storia in tutta la martoriata zona che si affaccia sull’altra sponda dell’Adriatico e che ha vissuto, come poche altre terre al mondo, un incredibile e totale sconvolgimento della sua geografia politica . L’episodio riveste una particolarissima importanza perché attiene all’avventurosa esistenza del maresciallo Tito, detentore del duro regime comunista che ha governato per decenni la ex Iugoslavia. Con lo stile notarile riservato ai fatti da tramandare alla storia e con tutti i crismi dell’affidabilità e della precisione dei particolari, l’avvocato Maffei così esordisce: “Io, qui sottoscritto Ludovico Maffei, ho avuto nella mia giovinezza l’onore di essere amico dell’avvocato Ferri ed ho potuto ascoltare dalla sua viva voce alcuni episodi della sua vita militare”. Chi conosce l’autore di queste note sa anche che si tratta di persona avvezza a controllare la veridicità di quanto gli si riferisce, segnatamente se si tratta di fatti di rilevanza storica, attraverso la verifica su fonti e documenti, con maniacale ( aggettivo che si usa nel senso più nobile del termine) scrupolo e in forza della sua riconosciuta padronanza di cose storiche. Maffei si affretta, infatti, a dichiarare che il racconto fu oggetto di verifiche su fonti britanniche e americane rilevate dall’esame di pubblicazioni edite in Svizzera. Ne’ sarebbe possibile dubitare di un professionista di specchiata serietà come l’avvocato Ferdinando Ferri, discendente di una bella famiglia taurasina e che vanta personaggi di rilievo nella storia del comune. Ferri fu avvocato di successo, patrocinante in Cassazione, ed esercitò la sua professione fino alla morte sopravvenuta prematuramente. E qui i fatti. Dal 1941 al 1943 l’avvocato Ferri, allora giovane tenente dei Bersaglieri, era di stanza in una zona della Croazia che oggi si trova in territorio bosniaco, per la precisione in quel Regno di Croazia, voluto da Mussolini. La zona era all’epoca teatro di sanguinose lotte tra i partigiani del maresciallo Tito e le truppe italiane, tedesche e croate lealiste. Le bande titoiste erano sostenute dalla Gran Bretagna e dall’Unione Sovietica mentre la Bosnia centrale ( come precisa, con lo scrupolo dello storico di razza, l’avvocato Maffei) era sottoposta per volontà italiana al governo collaborazionista del Regno di Croazia. Nell’aprile del ’43 la seconda armata italiana, in collaborazione con le truppe corazzate tedesche, decide di sferrare un durissimo attacco alle posizioni di Banja Luka per annientare definitivamente le truppe del maresciallo Tito. L’accerchiamentosembrò essere perfettamente riuscito. Il Reggimento Italiano dei Bersaglieri si trovò a precedere decisamente i tedeschi costretti a rallentare la marcia per le obiettive difficoltà di manovra dei carri armati in quel territorio montagnoso. Il plotone comandato dall’avvocato Ferri fu il primo ad entrare a Banja Luka e fu anche tra i primi a lanciarsi alla conquista del territorio indicato dagli informatori come sede del comando di Tito. Il tenente Ferri lanciò il suo plotone in una carica travolgente nell’intento di raggiungere il quartier Generale di Tito. “Dopo aver sfondato le linee di difesa appressate dai comunisti, scrive Ludovico Maffei, il reparto, benchè isolato dal resto delle truppe, riuscì a conquistare una montagna su cui era posto il comando nemico. Il plotone di Ferri penetrò con impeto inarrestabile nel Quartier Generale posto in una caverna fortificata”. Qui Ferri trovò la divisa di gala di Tito, il berretto e diverse armi. Notazione curiosa, sul tavolo era pronta una fumante e ricca colazione, segno che il futuro dittatore era fuggito da pochi minuti. Il giovane e ardimentoso tenente procedette alla cattura di diversi ufficiali comunisti e costrinse i prigionieri ad indicare la zona in cui il maresciallo poteva essersi rifugiato. Il tutto fu comunicato al Comando ed ebbe inizio l’inseguimento deifuggitivi. Tutto lasciava presagire il successo dell’operazione, un esito che avrebbe cambiato il corso della storia, ma le truppe italo – tedesche non avevano chiuso il varco a valle nonostante le tempestive comunicazioni di Ferdinando Ferri che, intanto, continuava il suo inseguimento e si ritrovò nella zona in cui due ali ditruppe italiane e tedesche stazionavano senza essere riuscite a chiudere il varco. Il tenente fermò la sua generosa corsa e si lasciò andare ad una vera e propria esplosione d’ira in direzione degli ufficiali tedeschi. Tito aveva avuto, intanto, il tempo di rifugiarsi verso il Montenegro. La chiusura del varco e il conseguente arresto del maresciallo avrebbe comportato un diverso destino di popolazioni ancora oggi protagoniste di lotte feroci tra diverse etnie e avrebbe anche evitato la vergogna delle Foibe. E’ tristemente noto, infatti, che dopo il 25 aprile del 1945, il IX Corpus dei partigiani di Tito operò la completa distruzione delle popolazioni italiane dell’Istria e della Dalmazia costringendo all’esilio centinaia di migliaia di persone e massacrandone circa trecentomila attraverso pratiche terribili che accomunano il regime di Tito alla efferatezza della Germania nazista. E’ anche il caso di sottolineare che, oltre i cittadini italiani, Tito massacrò anche un rilevante numero di sloveni e bosniaci che avevano aderito al governo fascista di Ante Pavelic. Intanto, alla fine della guerra, Josip Broz (Tito), ricordò l’impresa dell’avvocato Ferri e lo incluse nell’elenco dei criminali di guerra con l’assurda pretesa che le autorità italiane lo consegnassero al suo Regime. Naturalmente il governo italiano non diede seguito alla vendicativa richiesta del dittatore e Ferri, che intanto era tornato in Italia a Taurasi, si dedico all’attività forense e fu avvocato di successo oltre che padre di famiglia esemplare. Negli anni in cui visse a Taurasi potè avere anche l’emozione di ricevere la visita di del tenente avellinese Buonopane,e con lui il tenente di artiglieria di montagna Guido Renzulli ( di San Michele di Serino). Una visita assolutamente significativa che doveva servire ad esprimere tutta la riconoscenza dell’ex tenente Buonopane al nostro avvocato Ferri che gli aveva salvato la vita portandolo a spalla per un lungo tratto contravvenendo agli ordini dei tedeschi che, drasticamente, imponevano di lasciare sul terreno i commilitoni in difficoltà. Senza l’eroico intervento del tenente taurasino Buonopane era destinato a morire nel giro di poche ore per assideramento. L’incontro fu, come è sin troppo facile immaginare, particolarmente toccante. Ancora una prova delle qualità umane davvero singolari dell’avvocato Ferri che, anche contando sulla sua prestanza fisica, riuscì a trasportare il suo comprovinciale per oltre dieci chilometri. Una figura che, aldilà della particolarissima importanza storica legata al tentativo della cattura di Tito, è da ricordare e, come scrive Maffei, da additare quale esempio alle giovani generazioni. Il racconto delle gesta di Ferri è dei più avvincenti e significativi, talmente singolare, anche perchè carico dell’interesse storico collegato alla figura di Tito, che sembra decisamente prestarsi quale trama di un film che si innesti, prendendo lo spunto dall’intelligenza militare e dall’eroismo dell’avvocato taurasino, alle vicende recenti di popolazioni che ancora non trovano l’equilibrio politico e le condizioni di pace alle quali giustamente aspirano. Condizioni di pace promosse e garantite anche dall’impegno italiano e dalla magnifica testimonianza civile, oltre che militare, dei nostri giovani soldati di stanza in Bosnia ed in altre località “difficili” dell’est Europa e del Medio Oriente.