Un governo da prima Repubblica 

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In tutta la storia della Repubblica non ci eravamo mai trovati in una situazione così anomala e, per certi versi, paradossale come quella di avere un governo formato da due partiti di segno completamente diverso e che si erano presentati avversari alle elezioni del 2018: il M5S da solo perché ha da sempre disdegnato ogni tipi di alleanze e di coalizioni e la Lega in coalizione con Forza Italia e Fratelli d’Italia. Questi due partiti non hanno stretto un accordo politico né hanno condiviso o abbozzato un programma comune, seppur minimo, ma hanno sottoscritto un contratto con il quale ognuno dei due avrebbe potuto far approvare le sue proposte di legge sulla base di quanto promesso in campagna elettorale. Tutto nel presupposto di avere la maggioranza dei voti in Parlamento e si non esservi altre alternative avendo il PD deciso di andare sull’Aventino. Ma c’è di più. Non riuscendo Di Maio, pur con la maggioranza relativa dei seggi in Parlamento, ad avere la Presidenza del Consiglio, i due hanno nominato un Presidente del Consiglio fuori dalla politica perché fungesse da notaio del patto e fosse formalmente investito della guida del Governo, senza aver scelto i ministri, e lasciando il compito ai suoi due vice, anzi lasciando che uno dei due, Salvini, svolgesse, di fatto, il suo ruolo.
Si poteva facilmente immaginare quanto avrebbe potuto funzionare un governo così atipico e lo si aspettava alla prova dei fatti. Altra vistosa anomalia è che un governo di tal fatta potesse godere del favore dei sondaggi nella percezione che rappresentasse una svolta di radicale cambiamento del modo di fare politica; di essere contro la casta e i privilegi e di apportare nella politica un vistoso cambiamento mettendo alla base della sua azione politica il popolo. Il tutto con un’accorta e subdola narrazione populista fondata sulle paure delle periferie e degli elettori meno attenti alla realtà facendoli credere che si sarebbe andati a star meglio.
Prima o poi sarebbe venuta fuori la realtà di un’economia senza una valida strategia, un PIL gonfiato per poter far passare riforme costose come il Reddito di cittadinanza e Quota cento, fatte a debito. Sarebbero emerse le differenze e venuti fuori i contrasti e la coabitazione sarebbe divenuta difficile e non praticabile per la prevaricazione di Salvini sul più debole Di Maio che – almeno nei sondaggi- ha visto dimezzare il consenso. I primi tempi sono filati abbastanza lisci perché i due hanno proceduto a marciare divisi, ognuno pensando ad attuare le sue riforme. Di Maio ha fatto passare il taglio dei vitalizi, il decreto Dignità, l’anticorruzione ed il reddito di cittadinanza; Salvini il decreto sicurezza, il fermo dei migranti con la chiusura dei porti, la riforma della legittima difesa e e si accinge a farsi approvare le intese per una maggiore autonomia (una secessione silente!) del Veneto e della Lombardia ed in parte dell’Emilia Romagna. Nel frattempo ha preso, di fatto, la guida del Governo spaziando su tutti i campi e costringendo all’angolo il suo alleato/avversario. In meno di un anno ha raddoppiato il suo consenso elettorale ha ottenuto, in Commissione Senato, il voto contrario alla richiesta di autorizzazione a procede per l’affare Diciotti.
In meno di un anno, però, la situazione economica del paese è peggiorata e appare fuori controllo e l’isolamento dall’Europa è preoccupante come l’atteggiamento dei mercati e la fiducia degli imprenditori. I nodi, finora sottaciuti stanno emergendo in maniera virulenta. La questione del TAV è insolubile perché nessuno dei due può perdere la faccia e parte del suo elettorato e l’aver trovato un compromesso per rinviare i bandi ha solo procrastinato lo scontro finale a dopo le europee. Salvini non avrebbe nulla da perdere e, se si andasse alle elezioni, potrebbe passere all’incasso, ma, fin quando ha il vento in poppa e non supera lo scoglio del voto in assemblea contro l’autorizza – zione a procedere, ha tutta la convenienza a non rompere. Di Maio ha tutto da perdere perché un’eventuale crisi di governo sancirebbe la sua fine politica, e resiste anche se i mugugni all’interno del suo partito si fanno sentire e il consenso continua a scendere. Aspetta il miracolo del reddito di cittadinanza che, pompato a dovere sui social e sulla TV pubblica (occupata come si è sempre fatto) dovrebbe permettergli una risalita nei consensi.
Fino a quando la situazione economica presenta ancora margini di incertezza e la recessione non si concretizza e si può evitare una manovra collettiva, si può arrivare alle elezioni europee, dopo le quali i contrasti scoppieranno con insolita virulenza e la crisi di governo sarà dietro l’angolo. Doveva essere il governo del cambiamento e del nuovo modo di governare. Si è dimostrato il governo del populismo e della gestione del potere, senza una vera cultura del cambiamento e nessuna idea comune per l’Italia dell’oggi e del domani. Si sta dimostrando un governo da prima repubblica. Anche il motto di Andreotti:” meglio tirare a campare che tirare le cuoia” è tornato di attualità senza, peraltro, che le rette parallele, di democristiana memoria, potessero convergere.

di Nino Lanzetta