In Europa con gli occhi rivolti all’Italia

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Il labirinto finora senza uscita della Brexit rischia non solo di complicare l’avvio della nuova legislatura europea, ma anche di costringere i due principali partiti italiani a rivedere le rispettive strategie politiche, fino a ieri basate sulla possibilità, dopo le elezioni di maggio, di fare perno sulle istituzioni di Bruxelles per orientare in senso a loro favorevole la politica italiana. Se i britannici saranno chiamati a votare a fine maggio come i cittadini degli altri 27 paesi dell’Unione, è facile prevedere che il gruppo dei socialisti nella nuova assemblea di Strasburgo sarà rafforzato e arriverà a un passo dai popolari, avvicinando la prospettiva di una governance europea che in Italia definiremmo di centrosinistra, mentre sarebbero frustrate le ambizioni dei partiti sovranisti (in Italia la Lega) che mirano a ricentralizzare le politiche nazionali rafforzando i governi a discapito della Commissione, con l’obiettivo di dare via libera ad una politica economica di ampliamento della spesa pubblica già delineata nel Documento di economia e finanza appena approvato a palazzo Chigi, che ha allarmato non poco i guardiani dei conti europei.

Questa ipotesi ora sembra allontanarsi. Con un governo europeo ostile, il leader della Lega Matteo Salvini avrebbe difficoltà a garantire il mantenimento delle sue promesse su pensioni più facili e anticipate e in generale su un bilancio a maglie larghe; e dovrebbe mettere nel conto la delusione di quanti – e sono tanti – dal 4 marzo 2018 in poi hanno alimentato la sua cavalcata elettorale. E’ anche per questo motivo che i leghisti più vicini al “capitano” gli avrebbero suggerito di affrettarsi a capitalizzare il successo finora ottenuto, nella convinzione che un trend positivo non possa durare ancora a lungo. Il momento migliore per rompere con i Cinque Stelle si avvicina, dunque, e la data del 26 maggio farebbe da spartiacque. Le prime battute della campagna elettorale, che vedono un Luigi Di Maio molto polemico con il suo alter ego di governo fino al punto di ricordargli il diverso peso dei due partiti in Parlamento, non fanno altro che avvicinare la resa dei conti; e se un voto “europeo” nel quale la componente “nazionale” sarebbe predominante dovesse fotografare una geografia parlamentare ribaltata rispetto all’attuale, la tentazione di passare rapidamente all’incasso sarebbe forte, forse irresistibile.

D’altra parte, anche i Cinque Stelle guardano alle elezioni europee con l’occhio rivolto alla scena politica italiana, dove però non mancano problemi per loro. A disagio in una alleanza che ora li vede insieme all’ultradestra tedesca dell’Afd, sfumata l’ipotesi di convergere con gli estremisti francesi che incendiano gli Champs-Élysées, ultimamente i pentastellati si sono rivolti addirittura ai popolari di Junker e Weber, presidente uscente della Commissione il primo, candidato alla successione il secondo. Vorrebbero insomma presentarsi con il volto affidabile di una forza responsabile e in qualche misura istituzionale; ma a parte il fatto che finora non hanno superato il muro di diffidenza eretto dal Ppe, resta la difficoltà di trovare interlocutori qui da noi, dopo un’esperienza di governo all’insegna di una intransigente chiusura verso i partiti di centro e di sinistra. Per loro insomma il pericolo è lo strabismo: a Bruxelles guarderebbero al centro, a Roma in tutt’altra direzione, con in più la difficoltà a svincolarsi dall’alleanza con la Lega.

di Guido Bossa