Troppe strategie e la città muore

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Un giorno una persona (dire signore sarebbe troppo) viene da me in redazione e mi consegna un plico abbastanza nutrito, e molto puntuale, contenente decine di prospetti per competenze liquidate ad un politico nostrano, mai raggiunto dal consenso elettorale, che voleva interessarsi della gestione di un ente di servizio relativo alle nostre acque. Obiettivo: fargli la guerra, insidiandolo nel suo incarico. Compresi subito che si trattava di una vendetta e che io, secondo lui, avrei dovuto usare quel materiale per dimostrare l’immoralità di quel politico. Credo di essere un anziano signore (mi sia consentito) e di aver dato alla mia professione un senso etico che, come oggi si dice, mi ha consentito di mantenere ancora la schiena diritta. Autocelebrazione? Assolutamente no. Dentro questa notizia, che mi è tornata alla mente seguendo le vicende miserevoli di queste ore che riguardano le scelte per il futuro della città, la narrazione di quell’evento mi è utile per descrivere, meglio e di più, alcuni soggetti della nostra realtà cittadina e i loro comportamenti doppiogiochisti, animati dal peggiore trasformismo. Oggi quei due di cui sopra sono alleati e perseguono un obiettivo per niente nobile. Essi sono supini alla volontà di chi stancamente ripete di non interessarsi di Avellino. E, in cuor mio, credo siano strumenti, non so fino a che punto inconsapevoli, di chi vuole depredare ciò che rimane di una città giunta al massimo del degrado. In breve: mettere le mani su Avellino. Lo dico con semplicità: di questo opportunismo – e dei soggetti che lo nutrono – la nostra realtà abbonda. Ed è proprio da costoro che viene il pericolo maggiore che genera la malasorte di Avellino. Andiamo per ordine. Partendo dalle ultime notizie. Si è sempre detto, per esorcizzare i potentati, che il Pd in Irpinia non esiste. Io stesso, più volte, ho sottolineato questo aspetto per effetto delle profonde lacerazioni tra le varie componenti.
E’ accaduto, invece, che dovendo misurarsi sulla scelta del candidato sindaco di Avellino, nel turno elettorale del prossimo fine maggio, dopo un dibattito aspro e un confronto ad alta tensione, la quasi totalità del Pd ha maturato di convergere su un nome ritenuto idoneo a ricoprire quel ruolo. Apriti cielo. “Il candidato deve essere un esponente del Pd”, hanno tuonato alcuni reduci del potere cittadino e qualche intellettuale da strapazzo dotato di una smisurata ambizione pari alla sua incoerenza. Rinunciando alla propria autonomia, costoro si sono fatti strumentalizzare da una intelligenza politica superiore che, per sua stessa ammissione, ha più volte ribadito di non interessarsi dei problemi di Avellino, anche se nei fatti ha sempre svolto un ruolo nella politica attiva del capoluogo. Non giudico questo atteggiamento, ma ritengo che esso sia quanto meno contraddittorio. Stavolta scrivo il nome: Ciriaco De Mita. Il suo prestigio e il suo pensiero sono fuori discussione. Così come è stato il suo ruolo di selezionare una classe dirigente nazionale di tutto rispetto. Ma anche di aver sbarrato le porte ad alcuni giovani da un futuro probabilmente radioso. Anche in questo caso devo parlare di riavvicinamenti sospetti. Dov’è la sua contraddizione? Cerco di spiegarla. A mio avviso uno che dice che il Pd non esiste e che Avellino non è nei suoi interessi, non può poi brigare con i vertici nazionali del partito per delegittimare gli esponenti del Pd provinciale solo perché la scelta fatta non è di suo gradimento. Sia chiaro: la sua posizione è legittima, ma deve essere spiegata e non giocata attraverso la chiamata alle armi di chi, nel suo variabile giudizio, non ha mai usato espressioni positive. Andiamo oltre. Il candidato indicato dal Pd è stato, nel passato, una risorsa del partito. Costretto a fare, poi, una scelta di civismo perché aggredito dal suo partito. Non è casuale che gli aggressori sono oggi gli stessi che contestano la sua discesa in campo. E tra questi anche chi ha precedentemente governato ai vertici la città. La scelta di Luca Cipriano non è piaciuta neanche ai decariani che sostengono il bel giovane e sempre sorridente Gianluca Festa. Il quale è da una vita che mira a fare il sindaco della città. Aspirazione legittima se non fosse sostenuta da poteri forti in senso locale. Sia chiaro, e questo riguarda tutti: chi si candida e chi viene candidato. Gli affari sono per pochi e le Istituzioni sono di tutti. Di qui una domanda: è certamente legittimo per alcuni imprenditori svolgere la propria attività che genera sviluppo e occupazione e per questo merita rispetto. Lo stesso rispetto, però, meritano le Istituzioni su cui non possono gravare dubbi di possibili conflitti o di oscuri finanziamenti. Ciò detto, a mio avviso, la competizione elettorale deve avere dei confini ben precisi. Il primo riguarda la selezione della classe dirigente. Essa non può essere rappresentata da chi è stato responsabile dello sfascio della città, avendo ricoperto ruoli amministrativi di grande responsabilità. D’altra parte è davvero immorale rievocare l’impegno di persone che sono nell’altro mondo sfruttando l’emotività dei sentimenti senza che vi sia il necessario approfondimento di ciò che è stato. In questa campagna elettorale è emerso qualche elemento di novità e di grande interesse. Penso, ad esempio, all’associazione Controvento, nata con l’obiettivo di parlare alla città, dei suoi problemi, coniugando speranza e concretezza. Oppure al movimento “L’altra parte di Avellino” guidato dal giovane D’Alessandro. Ma mentre per quest’ultimo il disegno rimane di grande chiarezza, senza processi e con interessanti prospettive, per Controvento, che si era impegnato senza avanzare proprie candidature, il disegno si è svelato, per responsabilità di alcuni, in tutta la sua fragilità. Desidero essere chiaro. Non parlo, ovviamente di Gennaro Bellizzi che per il futuro della città, sarebbe stato un nome spendibile, ma che, per motivi personali che gli fanno onore, ha ritenuto di non essere della partita. E insieme a lui altri pochi associati, testimoni di grandi battaglie civili per il bene comune di Avellino. In base agli ultimi avvenimenti, a me pare, che Controvento si sia compromesso con il vecchio potere. Sposando le tesi di una parte del demitismo, di una sinistra balbettante e di pezzi del Pd, che come detto, sono i responsabili del degrado della città. Quale è il rischio? Quello di consegnare la città a coloro che Controvento, purtroppo solo a parole, vuole combattere. Dentro questo inquietante scenario si colloca anche il protagonismo della destra, a cominciare dalla Lega di Salvini che in città raccoglie i trasformisti di ieri e di oggi e si candida a governare la città, con i sovranisti di una destra che fu e Forza Italia che è alle prese con un battaglia di egemonia per il controllo del territorio. Anche i pentastellati di Carlo Sibilia, dopo la “rivoluzione” del 4 marzo e il fallimento al governo della città non hanno ancora definito una propria strategia, mostrando vaghezza di intenti e non poche lacerazioni gruppettare. Dopo le schermaglie ora è tempo di programmi. Su questo si misurerà l’impegno e la differenza.

di Gianni Festa