Il ritorno in Italia di Vittorio Emanuele III

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A pochi giorni dal Natale l’Italia alle prese con una difficile situazione economica e con un incerto quadro politico non riesce a guardare al futuro senza fare i conti con un passato che ciclicamente torna. Stavolta a far discutere è la scelta di far rientrare in Italia la salma di Re Vittorio Emanuele III e della sua consorte la Regina Elena. Sono sepolti da domenica scorsa nel santuario piemontese di Vicoforte. Erano morti ad Alessandria d’Egitto lui, a Montpellier in Francia, lei.

Come tutti i paesi che hanno vissuto lacerazioni profonde anche il nostro non si riconosce in una memoria condivisa. Partigiani e comunità ebraica hanno infatti attaccato l’ipotesi di portare le spoglie del Re al Pantheon. La sua biografia è ricca di fatti negativi, un sovrano dal carattere debole che emerse soprattutto nelle fasi cruciali del suo lungo regno. Vittorio Emanuele III passa alla storia per tre episodi tragici: l’appoggio incondizionato al fascismo, l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale e l’otto settembre, l’armistizio con gli anglo-americani. Sale al trono dopo che suo padre Umberto I viene ucciso da un anarchico a Monza. Sposa la Regina Elena di Montenegro. Un matrimonio che darà alla coppia cinque figli compreso l’erede Umberto II. La prima vera prova politica di Vittorio Emanuele III è la decisione di far partecipare l’Italia al conflitto mondiale del ’15-‘18. Terminata la guerra il nostro paese è in preda al caos politico e sociale.

Il sovrano per riportare l’ordine si affida alle camicie nere di Mussolini non capendo la natura totalitaria del fascismo. Un posizionamento dell’Italia su un piano inclinato che ci fa scivolare rapidamente verso la dittatura. Nemmeno l’omicidio Matteotti fa cambiare idea al Re che non solo continua a sostenere Mussolini ma ne avalla tutte le scelte anche le più sciagurate. E così non si oppone allo scioglimento di partiti e sindacati, alla soppressione delle libertà individuali e all’avventura coloniale in Etiopia. Ma la decisione più scellerata è l’appoggio all’alleanza con la Germania nazista di Hitler e la firma delle leggi razziali contro gli ebrei. Una sequenza tragica che porta l’Italia a dichiarare guerra a Francia e Inghilterra.

Dopo tre anni di conflitto Vittorio Emanuele III finalmente si decide a separare la sorte della monarchia da quella di Mussolini. Il 25 luglio il voto del Gran Consiglio del fascismo mette in minoranza il duce e il Re coglie la circostanza per farlo arrestare e nomina primo ministro il generale Badoglio. Segue un momento drammatico per il nostro paese con due decisioni che lo segnano per il futuro. L’armistizio siglato con gli anglo-americani che porta l’esercito allo sbando e la scelta del Re di abbandonare Roma per trasferirsi a Brindisi. Dopo questi due episodi il prestigio della monarchia sabauda ne esce a pezzi. Vittorio Emanuele III però non abdica subito ma solo il 9 maggio del 1946, quasi un mese prima del Referendum del 2 giugno. Gli italiani scelgono la Repubblica e i Savoia vanno in esilio. Un Re insomma contraddittorio e controverso. Due aggettivi che calzano bene anche con “noi” italiani. Mattia Feltri ha scritto che l’abbandono del sovrano dopo l’otto settembre “è l’esito ovvio di una storia lunga e non ancora conclusa. Ce lo si è chiesto durante gli anni del terrorismo e durante quelli di Tangentopoli e la risposta è spesso stata sì: siamo sempre gli stessi. Abbiamo una classe dirigente pavida e indisposta a scelte gravi e una borghesia tendenzialmente disonesta e furbina, che esercita una facile e auto assolutoria protesta anticasta, e poi si affida allo sciamano di passaggio, come fosse la mamma per un bimbo, per poi linciarlo fuori tempo massimo”.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud