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La forza tranquilla di Gentiloni

Com’era nelle attese, il presidente del Consiglio ha tenuto la tradizionale conferenza stampa di fine anno nel giorno stesso in cui il Capo dello Stato ha decretato la fine della legislatura mettendo in moto il meccanismo che ci porterà fra poco più di due mesi alle elezioni politiche. La campagna elettorale si preannuncia molto tesa e l’esito appare quanto mai incerto, con tre partiti che si contendono il primato e un numero ancora maggiore di aspiranti alla guida del primo governo della XVIII legislatura.

d una domanda precisa sull’eventualità di un Gentiloni bis, l’interessato ha risposto quasi scaramanticamente: “Qualsiasi cosa dica credo che sarebbe usata contro di me”, con ciò quasi smarcandosi dalla ressa degli aspiranti premier, mentre in realtà sa bene di essere a pieno titolo fra i possibili successori di se stesso, pur non avendo brigato per trovarsi sul proscenio, e addirittura nella invidiabile posizione di chi potrebbe sbrogliare una matassa resa aggrovigliata, dopo il 4 marzo, dal voto degli italiani. L’immagine che ha consegnato in diretta televisiva è quella del leader di un partito riformatore e al tempo stesso rassicurante: quasi l’altra faccia della medaglia che si era appuntata sul petto il suo predecessore a palazzo Chigi, Matteo Renzi, con il quale giocherà di sponda nelle prossime settimane. Ha sottolineato la continuità della legislatura e i buoni risultati ottenuti, che hanno consentito al Paese di rimettersi in moto “dopo la più grave crisi del dopoguerra”.

Ma lo ha fatto senza iattanza, senza toni gridati, quasi disegnando il ruolo di una politica che fa un passo indietro rispetto alla società assecondandone lo sviluppo ma senza rivendicarne la guida e addirittura senza attribuirsi palesemente il merito dei successi. Una politica che “accompagna”, pur non rinunciando a dirigere, e dunque una politica ambiziosa ma che agli annunci preferisce le realizzazioni. “Non abbiano tirato a campare”, ha commentato, rievocando ma in positivo, una vecchia battuta di Giulio Andreotti. Ritorna dunque, ed è esplicitamente evocata, una descrizione del Pd come “forza tranquilla di governo”, lo slogan che portò François Miterrand alla vittoria nelle presidenziali francesi del 1981. Certo, da quella data sono passati 35 anni, e quindi ogni paragone sarebbe arbitrario, ma allora come oggi si tratta per il candidato presidenziale di rassicurare un elettorato che rischia di smarrire la bussola, frastornato da una campagna elettorale già iniziata e molto accesa.

Agli italiani che forse temono un salto nel buio, Gentiloni presenta una sinistra di governo che ha saputo negli ultimi cinque anni interpretare gli umori di un Paese inizialmente smarrito e preoccupato, alternando coraggiose fughe in avanti e ripiegamenti tattici (l’esempio calzante è la rinuncia alla prova di forza sullo ius soli), con una continuità garantita dalla diversa personalità dei tre presidenti del Consiglio che si sono susseguiti a palazzo Chigi. Al termine della corsa il bilancio è positivo, e toccherà a lui valorizzarlo adeguatamente, garantendo la tenuta istituzionale in campagna elettorale e anche “dopo il voto”. Come a dire: qualsiasi cosa accada, io ci sono.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud