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Una canagliata resuscitare Tangentopoli

No, per carità, ditevi tutto quello che avete da dirvi. Al limite, come estrema iattura, fate anche un “governo bis”, destinato a rimanere in sella, comunque, fino all’autunno. Non oltre. Ma non fateci sentire nuovamente espressioni insopportabili, di anni nefasti, da regolamento di conti.
Come: “Ho fiducia nel corso della giustizia” o “La giustizia farà il suo corso”. La prima in bocca all’indagato, di chi insomma mostra di non avere nulla da temere; la seconda di chi pretende, contro ogni fondamentale diritto, di poter imporre all’indagato : “Per adesso esci di scena poi si vedrà”. Dopo tutto quello che si è visto e sofferto con Tangentopoli- tanto clamore, poche condanne, una valanga di assoluzioni e di prescrizioni per i tempi lumaca della giustizia- ma soprattutto un impoverimento del Paese e un diffuso sospetto sulla “terzietà” della magistratura, in particolare di quella inquirente , è possibile che quella infelice stagione non abbia insegnato nulla? Non per quanto si proponeva di fare; ma per il modo con cui si è speculato, da lasciare strascichi e demonizzazioni esiziali, destabilizzanti, tuttora dolenti per un torbido qualunquismo. Il “caso Siri” e il suo enfatizzato epilogo dato dal premier, aver fatto dipendere da un semplice atto procedurale giudiziario , un destino politico, è stato un gravissimo errore. Il modo spregiudicato di usare l’azione della magistratura come clava per strumentali scorciatoie in luogo del più civile confronto, non ci farà mai venire fuori da una malintesa “questione morale” a intermittenza. Al di là se il sottosegretario Siri abbia o meno ragione, la intenzione di Di Maio di volersi agganciare, con una forzatura, al nuovo fronte giudiziario milanese, mettendo altra carne a cuocere, resta una grande “canagliata”. Aver trasformato un avviso di garanzia a comparire in un “avviso a scomparire” ci riporta indietro a un clima da Far West, da gogna. Il diritto penale e la Costituzione in forme diverse ma con pari forza e sintonia parlano chiaro sulla non colpevolezza dell’imputato fino a condanna definitiva. Se non si vuole più una nuova barbarica tentazione forcaiola, bisogna “ridare” subito il valore originario all’avviso di garanzia, datogli dal legislatore, cioè di un “atto a garanzia dell’indagato”. Nessuno ha dubbi sul fatto che, in vicende del genere, in nome della sensibilità da “repubblica”, sia consigliabile fare un passo indietro all’imputato. Ma ciò è concepibile là dove la magistratura è di una “terzietà” indiscussa. Non dove invece pregresse anomalie pesano ancora e tanto , nell’aver visto magistrati inquirenti, e non solo inquirenti, entrare in politica e, in pochi giorni, veder confermare che sospetti e riserve sulle loro idee non fossero poi del tutto infondati. Vedi Di Pietro, De Magistris, Ingroia, Casson… La cosiddetta sensibilità di fare un passo indietro non si deve pretendere soltanto dai politici, ma anche da chi governa ambiti delicatissimi dello Stato. Ben gli sta a Salvini d’essersi scelto soci, che hanno puntato a demolirlo con la “questione morale”, dopo averla accantonata e poi riscoperta per recuperare i voti perduti. Si dice che il lupo perda il pelo non il vizio; figuriamoci quando “vede ridursi il bosco in una piccola selva”. Ha ragione l’onorevole Giulia Bongiorno , ministro della Pubblica amministrazione, diciamo pure avvocato della Lega e di Salvini e già pupilla di Andreotti- che, ai tempi dei pionieri Padani calati a Roma fu visto come Belzebù- nel chiederne conto al premier Conte: “Che cosa succederebbe se domani arrivasse un avviso di garanzia a un altro membro del governo?” Lo poteva forse già fare nella sede giusta, nel Consiglio dei ministri. Se lo ha fatto, non lo ha fatto evidentemente in modo consequenziario. Aveva ragione il rimpianto Marco Pannella quando diceva che, “nei governi si entra da tigri e ci si può ritrovare “pecore”.

di Aldo De Francesco