Abruzzo e Sardegna i nostri Ohio

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Di Andrea Covotta

Le elezioni regionali in Abruzzo sono state la seconda puntata di un anno elettorale che si è aperto con il voto in Sardegna. Due appuntamenti utili per misurare i rapporti di forza tra schieramenti opposti e per testare lo stato di salute dei partiti all’interno delle coalizioni. In una regione ha vinto il centrosinistra nell’altra il centro destra; Sardegna e Abruzzo sono diventati per qualche settimana il nostro Ohio, lo Stato specchio dal punto di vista elettorale dell’America intera. Non è così ovviamente, si tratta di elezioni completamente diverse però i risultati ci possono offrire delle indicazioni in vista delle Europee. Da sempre, infatti, le elezioni regionali sono più simili agli orientamenti politici nazionali rispetto ai comuni, dove si sceglie il sindaco più che una coalizione. Nel commentare però le elezioni in Sardegna e Abruzzo è sempre buona norma ricordare quanto sono condizionate dalle circostanze locali e dai candidati, per esempio in Sardegna la vittoria di Pd e Cinque Stelle è stata favorita dalla scelta sbagliata del centrodestra. Schlein e Conte invece hanno scelto l’ex sottosegretaria del governo Draghi, Alessandra Todde, la prima donna a guidare la Regione Sardegna. Una vittoria letta come il primo mattoncino messo su per costruire una possibile alternativa. L’esperimento non si è ripetuto in Abruzzo dove più che il candidato ha prevalso la forza della coalizione di centrodestra con candidati dal grande consenso e radicamento sul territorio. Il prossimo appuntamento elettorale è in Basilicata dove si va alle urne il 21 e 22 aprile. Quindi ci sarà l’election day con Europee, la regione Piemonte e 3.700 comuni, quasi la metà dei centri italiani. Il test più importante è ovviamente il voto per rinnovare il Parlamento europeo dove con il sistema proporzionale ogni partito corre in solitudine. La destra è alle prese con il derby Meloni-Salvini, la prima vuole confermare la sua egemonia sulla coalizione, il leader della Lega deve salvare la sua leadership all’interno del carroccio. Una lotta interna per accaparrarsi candidati considerati delle calamite del voto e che prosegue anche in Parlamento con sgambetti e tensioni. Il rischio è che questa estenuante sfida elettorale possa incidere sull’azione di governo perché come ha scritto Massimo Franco “la Meloni ora può dedicarsi curare gli equilibri e le tensioni dentro l’esecutivo. Forse la sua luna di miele col Paese sta finendo. Ma, al solito, il suo vantaggio principale è che sul versante opposto la luna di miele non è mai cominciata né con l’elettorato, né tra i potenziali alleati. E dopo la sconfitta l’impressione è che sarà più difficile a sinistra, grillini e centristi abbozzare anche soltanto una convivenza pacifica”. Nel centro sinistra, infatti, Elly Schlein non può soccombere ai Cinque Stelle perché rischia la guida del Pd ma Conte non vuol finire stritolato nella morsa di Giorgia&Elly, che puntano ad una campagna elettorale disegnata per imporre il dualismo tra Fratelli d’Italia e Pd. E allora proseguiranno mosse, riposizionamenti e guerre sotterranee (e nemmeno tanto) fino a giugno e forse anche oltre.