Afghanistan, la situazione è drammatica

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Di Matteo Galasso

La situazione in Afghanistan è fuori controllo e va peggiorando ogni ora: le capitali dei distretti del Paese stanno cadendo, una dopo l’altra, nelle mani dei Talebani a una velocità tale che ad Occidente si fa fatica a promulgare informazioni che non perdano attualità nel giro di poche ore. Aibak, Ghazni, Kunduz, Kandhar, Taloqan, Lashkar Gah, Mazar-e-Sharife persino Herat, che ospitava la base dove si trovava il contingente italiano della missione Nato, sono solo alcune tra le principali città occupate.

In pochi giorni le bande fondamentaliste stanno assaltando le forze governative, con attacchi coordinati da sud, ovest e nord. Si stima che ad oggi gli insorti abbiano occupato ormai l’80% del territorio nazionale afghano. Ciò che ha garantito ai miliziani insorti di poter conquistare i capoluoghi del Paese è stato il ritiro delle truppe Americane ed Europee.

Come annunciato dal Portavoce della Casa Bianca e, in seguito, dallo stesso Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, in conferenza stampa, entro il 31 agosto tutte le residue unità americane presenti in Afghanistan saranno ritirate e reindirizzate. Dopo 20anni, per la prima volta, l’Occidente e la Nato abbandonano a se stesso lo Stato Asiatico, dove il nuovo governo, instaurato dopo la cacciata dei talebani dal potere del 2001, non è ancora pronto ad affrontare da solo una sfida così importante contro il terrorismo e –come stiamo vedendo negli ultimi giorni –le truppe governative, addestrate, ma non abbastanza, dalla Nato, stanno venendo continuamente sopraffatte dai miliziani jihadisti.

La motivazione che ha spinto il Governo Usa a ritirare le truppe è di non voler mandare un’altra generazione di americani in una guerra che può considerarsi terminata. A detta dei governi dei Paesi membri della Nato, in 20 anni sono state smantellate le basi di addestramento di Al-Qaida e il controllo del Paese può tornare, in modo legittimo, alle autorità locali, ora in grado di combattere da sole gli estremisti. Questo pronostico non solo è stato troppo ottimista rispetto a quanto sta accadendo, ma può addirittura essere definito antitetico rispetto alla realtà dei fatti.

Il processo di ritiro dei militari dell’Occidente, iniziato da Trump e, a breve, portato a termine da Biden, può essere considerato quindi, tutt’altro che una vittoria: ora che la missione ha perso senso ed è diventata quasi inconveniente per i costi e le perdite che ha comportato, si è deciso di lasciarsi alle spalle un popolo ancora troppo arretrato e non pronto a fronteggiare i miliziani islamici addestrati.

L’Occidente ha perso, sicuramente, credibilità, per essere ceduto a piccole brigate militari, pur sempre ben addestrate, ma nulla a confronto della potenza dei più grandi eserciti del mondo. Ma la vera sconfitta è degli stessi afghani, dei quali il domani, eccetto nuovi eventuali interventi diplomatici o militari da parte di Paesi terzi che possano frenare l’impeto dei Taliban, sembra già segnato da un profondo ritorno all’oscurantismo, che caratterizzava il Paese negli anni precedenti all’arrivo degli Americani nel Paese.

I talebani, avanzando, incontrano sempre meno resistenza ed entrano nelle città a porte spalancate, con i lealisti già fuggiti: stanno infatti vincendo la guerra senza significativi spargimenti di sangue che non si limitino a brevi battaglie con gruppi dell’esercito governativo. Di questo passo, con il controllo strategico di Ghazni, che vincola le provincie meridionali a Kabul, potrebbero conquistare la capitale in pochi giorni, contro la previsione Usa di non meno di tre mesi.

Questo dimostra che la preparazione e l’equipaggiamento fornito ai soldati sia quasi nullo di fronte a militari addestrati a combattere fino all’ultimo sangue. L’avanzata dei talebani era prevista, ma non a questa velocità: ciò a testimoniare anche la disorganizzazione del Governo di Kabul. Solo una settimana fa hanno conquistato la prima capitale distrettuale, ottenendo la prima conquista importante dopo essere avanzati esclusivamente in zone rurali, dove si sono consolidati fin da subito dopo l’annuncio del ritiro Usa.

Sul fronte diplomatico, gli Stati Uniti hanno mandato un funzionario a Doha in Qatar, per provare a contrattare ancora una volta chi è già venuto meno agli accordi stipulati nel 2020, che prevedevano le condizioni (violate) per il ritiro dell’esercito, mentre i Russi e gli Iraniani hanno deciso di aprire, così come i Cinesi, gli Indiani e i Pachistani (che, addirittura, finanziano i miliziani), un canale diplomatico con i Talebani, che va, però, a loro favore: l’accordo non prevede un cessate il fuoco, bensì un appoggio e un riconoscimento, in caso di presa del potere, ai fondamentalisti per aprire nuove vie commerciali: la sconfitta dell’Occidente è denotata anche da questo fattore. Dall’altra parte lo stesso Governo afghano ha proposto un cessate il fuoco ai ribelli, in cambio di un accordo di spartizione del potere, senza ricevere ancora risposta.

Un piano di evacuazione repentina per funzionari di Stato e per le migliaia di interpreti che hanno aiutato le truppe occidentali per due decenni va organizzato immediatamente, per questo motivo, la Nato si è riunita ieri. È opportuno garantire a tutti coloro che hanno collaborato con la Nato asilo politico, per far sì che non vengano uccisi, insieme alle proprie famiglie, per aver collaborato con l’Occidente.

Ma Biden non è disposto a cambiare i piani del ritiro delle truppe Usa dal Paese entro la fine del mese e non si pente delle sue decisioni. Allo stesso tempo consiglia a tutti gli americani di lasciare immediatamente il Paese e invia alcuni bombardieri B-52 per fermare l’avanzata dei talebani. Inoltre, sono stati inviati 3000 soldati statunitensi e 600 britannici per proteggere ed eventualmente evacuare il personale delle ambasciate. Anche l’Italia prevede un’operazione “aquila”, per garantire un ponte a interpreti e diplomatici, anche se potrebbe non fare in tempo a realizzarlo, prima che gli integralisti entrino a Kabul.

Assistiamo inermi all’ondata di violenza e al susseguirsi di crimini che i miliziani fondamentalisti stanno scaricando sulla popolazione civile: più di 400 mila afghani hanno abbandonato la propria abitazione, inoltre mancano cure mediche e un cittadino su tre, secondo il World Food Programme ha bisogno anche di cure nutrizionali. Anche l’Europa risentirà di questa crisi, probabilmente essendo schiacciata da una nuova ondata migratoria, che consideri anche i 3 milioni di Afghani che hanno abbandonato le propria città nel 2020.

Ora che la conquista del Paese sembra vicinissima, come era prevedibile fin dall’inizio, sorge spontanea una domanda: a cosa è servito impiegare risorse e vite per due decenni, per poi far tornare in poche settimane la situazione simile a quella che c’era prima del rovesciamento dei Talebani nel 2001? Il Paese, infatti, potrebbe tornare così ad essere il centro nevralgico delle organizzazioni terroristiche, oltre che punto di appoggio per attività illecite e traffici clandestini.

Le dichiarazioni del Governo Usa che esprime vicinanza e garantisce sicurezza a quello afghano appaiono decisamente lontane dalla realtà, dal momento che, lasciando il Paese di fretta e furia, si è dato il via libera al ritorno dell’oscurantismo e dell’integralismo che limita anche i diritti più elementari e alla distruzione dei diritti civili di stampa libera, già interdetta insieme alle radio libere nelle zone occupate, sostituita da Radio Sharia con i proclami degli Imam, colpisce le donne, per cui è già stato reinserito l’obbligo del Burqa, e i bambini, che muoiono nel corso dei combattimenti.

Con la riduzione dei fondi della missione, restare non sarebbe stato così costoso e avrebbe garantito più stabilità al Paese, oltre alla possibilità di mantenere e consolidare la presenza del governo nelle città, inconquistabili dai Taliban di fronte agli eserciti della Nato. La presenza Occidentale avrebbe però continuato a garantire più diritti, come la scuola, che non appare più come un lusso, opportunità e parità di genere, per le donne, dimezzando la mortalità infantile, e incrementando le aspettative di vita e garantendo più stabilità alla popolazione e costruendo una società più civile.