Allarme migrazioni? L’intervista esclusiva a Nichi Vendola

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Di Matteo Galasso

Da oltre un decennio l’Italia affronta con preoccupazione il fenomeno dell’immigrazione clandestina, assistendo soprattutto negli ultimi giorni allo sbarco sulle coste siciliane di migliaia di persone: dalle 20.000 arrivate nel 2020 si è passati ai 35.000 del 2021. Ma diverse sono le rotte per chi fugge dal proprio Paese sia per situazioni di povertà assoluta sia per ragioni politiche: oltre alla “rotta” sub-sahariana c’è quella balcanica, scelta da migliaia di migranti. Il fenomeno sta suscitando nei Paesi di accoglienza reazioni contrastanti ai limiti della xenofobia. Si tende a discriminare chi scappa, per garantire ai propri figli un futuro migliore, dimenticando i nostri valori democratici e facendo emergere sempre di più un atteggiamento del tutto incoerente. Ne parliamo con Nichi Vendola, che nel suo ultimo libro, “Patrie”, ci spinge a guardare questo fenomeno in un’ottica diversa da quella meramente individualista.

 

Presidente Vendola, la stessa Europa che si dichiara solidale nei confronti dei rifugiati e dei perseguitati politici, vuole chiudere le porte a migliaia di migranti bloccati soprattutto al confine europeo con la Bielorussia. Non si rischia, così, di fare il gioco di chi strumentalizza questo fenomeno?

L’Europa tradisce se stessa ogni volta che rifiuta di accogliere chi fugge dalla guerra, dalla persecuzione politica, dalla miseria, dalla violenza. L’Europa muore affogata nel Mediterraneo insieme a migliaia di naufraghi che pagano con la vita il prezzo del biglietto di sola andata verso un mondo in cui non giungeranno mai. Muore di freddo e di stenti nelle foreste al confine tra due Stati illiberali come Polonia e Bielorussia che ricattano Bruxelles giocando una lurida partita sulla pelle dei migranti. Diciamoci la verità: il vecchio continente è ormai solo un continente vecchio, chiuso ermeticamente nella propria isteria identitaria, fingendo di non accorgersi dell’inverno demografico che lo minaccia. “Europa” è solo un’espressione geografica, una moneta e una folta burocrazia: null’altro. Retoriche umanitarie e politiche di respingimento. Un corto-circuito drammatico. Viviamo nel buio di un’epoca disumana.

 

L’espressione Aiutiamoli a casa loro, cavallo di battaglia della destra italiana ed europea per allargare il proprio bacino elettorale, cela un senso di forte ipocrisia e indifferenza: un modo come un altro per “lavarsi le mani” di un problema che in realtà ci riguarda tutti direttamente. Come interpreta questo concetto e per quanto ancora potrà reggere? Ma soprattutto a che risultati porterà?

La Terra è casa nostra: sfrattare l’umanità da questa proprietà comune, ergere muri artificiali per fratturare l’unità del genere umano così come indicare nella porzione più povera e più sventurata di umanità un nemico pronto a invadere appartiene alla miseria della politica drogata dal nazionalismo, dal sovranismo, dalle mille forme di suprematismo e di neo-fascismo. Sentiamo dire “aiutiamoli a casa loro”: come abbiamo fatto col vaccino anti Covid? Almeno l’ipocrisia ce la risparmino. Consegnare le persone a un destino spesso di morte e dire che lo si fa per il loro bene: sono argomenti che danno il vomito.

 

Certo un modo per allentare i flussi migratori, che si svolgono su tragitti rischiosi, come il deserto o il mare aperto, va cercato. Ma parlandoci concretamente: pur volendo, come potremmo aiutare chi scappa da situazioni di fame, povertà, guerra o persecuzione politica?

Parliamoci con franchezza: si calcola che nel prossimo ventennio, a causa delle conseguenze del cambiamento climatico, più di cento milioni di esseri umani fuggiranno da terre preda dei processi di desertificazione. Li chiamiamo eco-profughi. Vi pare che le grandi potenze economiche del pianeta stiano affrontando con responsabilità il rischio ormai imminente di un cataclisma climatico e di una crisi sociale globale? Tinteggiano di green un modello di sviluppo ormai insostenibile, non cambiano paradigma. Per non parlare di chi produce e vende armi, sempre più sofisticate, e si arricchisce con le guerre da cui le persone tendono a scappare; o di chi vende strumenti di morte a regimi feroci che hanno il vizietto di opprimere e perseguitare.

 

L’Europa è travolta da ondate migratorie da più fronti, come quella subsahariana, che sfocia dalle coste libiche, a quella che si svolge lungo la rotta balcanica e sempre di più dalla Bielorussia. Questo implica la necessità di sviluppare una politica comunitaria per far fronte alle migliaia di richiedenti asilo. In che modo la voce dell’Europa unita può sensibilizzare l’opinione pubblica?

L’Europa avrebbe bisogno di accogliere per far fronte alla tragedia del proprio invecchiamento. Il nostro continente fa pochi figli. L’età media europea è più del doppio dell’età media africana. Accogliere non per buonismo ma per realismo. Penso all’Italia, allo spopolamento dei piccoli comuni, e alla straordinaria innovazione del modello Riace di Mimmo Lucano: ma Mimmo è un presunto colpevole di mille reati mentre l’establishment europeo che traffica con i carcerieri libici è fatto da innocenti ontologici.

 

Ci consideriamo una roccaforte della democrazia, ma poi vogliamo difenderci costruendo muri difensivi, lasciando morire di freddo e fame donne, uomini e bambini…

Se la democrazia non si nutre di giustizia e di diritti sociali diventa anoressica. Le democrazie anoressiche vengono facilmente cannibalizzate dai populisti e dai fanatici dell’uomo forte.

 

Il Suo ultimo libro, dal titolo Patrie, ci spinge ad andare oltre la concezione individualista ed egoista di Stato-Nazione, alla quale sempre più sembriamo aspirare. Come nasce la Sua idea?

Più che un’idea racconto una vita, tutta giocata contro i muri e le barriere, architettoniche sociali e culturali. Essere multipatriottici, conoscere e godere della ricchezza delle diversità, è stato per me uno stile di vita e lo dico in versi, perchè la poesia distilla l’essenziale dell’esperienza umana. Quando vedo il poster della post-fascista Meloni con la scritta al maschile “io sono un patriota” oltre alla puzza della retorica nazionalista riconosco l’impronta digitale di quell’ideologia che separa i popoli e le persone. Io milito per la desacralizzazione del confine. Amo gli sconfinamenti.

 

Migranti non sono solo coloro che scappano dalle periferie del mondo verso mete dove stabilirsi, ma anche le migliaia di giovani che abbandonano l’Italia per costruirsi una vita professionale e sociale dignitosa. La miopia della classe dirigente italiana non fa nulla di concreto per frenare un esodo irreversibile. Cosa può frenare questa continua fuga di “cervelli”?

Investire sulle giovani generazioni non è una rubrica, un capitolo specialistico, bensì è il cuore di una riforma sociale e intellettuale che dovrebbe avere il coraggio di mettere in discussione la redistribuzione della ricchezza, la leva fiscale, le regole del mercato del lavoro. Ma la precarizzazione del lavoro e della vita producono alienazione, frustrazione, solitudine, povertà: tutto cose da cui si tende a fuggire. O si fugge o si fa la rivoluzione.