Ambrosoli e la politica del dovere

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Chissà cosa penserebbe dell’Italia di oggi l’avvocato Giorgio Ambrosoli.  Assassinato l’11 luglio di quarant’anni da un sicario ingaggiato da Michele Sindona.  Una vicenda complessa quella di Ambrosoli. Nel 1974 viene scelto dall’allora governatore della Banca d’Italia Guido Carli come commissario liquidatore della Banca Privata Italiana portata quasi al fallimento da Michele Sindona. Durante le indagini si rende conto di due cose: la prima è che c’erano gravi irregolarità nei conti e che i libri contabili erano stati falsati. La seconda che Sindona aveva consolidati rapporti con pezzi della politica, della finanza e della criminalità organizzata. Subisce minacce ed intimidazioni, capisce che la sua vita è a rischio ma decide di andare avanti comunque.  Una scelta che pagherà rimettendoci la vita. L’eroe borghese come lo definì Corrado Staiano nel suo libro dove delinea la vita di un moderato milanese che in nome dei principi dell’onestà e della giustizia stravolge le sue abitudini familiari. Ambrosoli muore alla fine degli anni settanta segnati dal terrorismo, da un intreccio politico-mafioso, dalla P2 di Licio Gelli, dalle stragi. L’avvocato milanese e la sua storia diventano la vera dimensione della politica, del senso dello Stato contrapposta a quella sotterranea che i cittadini subiscono e il più delle volte nemmeno conoscono. L’Italia di oggi è molto diversa da quel Paese dilaniato da scontri di piazza e morti quotidiane. Figure come quelle di Ambrosoli non possono però passare sotto silenzio. Hanno contribuito all’accertamento della verità. Un anno prima di Ambrosoli in un contesto e con assassini diversi la morte di Moro che proprio a proposito della verità aveva detto: datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità e io sarò un perdente.  Quanta distanza tra queste parole e la politica di oggi che misura la sua esistenza solo sul consenso e parla alla “pancia” della gente. Lo stile sobrio e misurato non esiste più e nemmeno le parole moderato e dovere che invece si potevano usare perfettamente per Ambrosoli e Moro.  Adesso chi fa politica pensa solo ai diritti, intesi però solo come vetrina, come un’arma di propaganda elettorale per salvaguardare chi i diritti già li ha a scapito di chi invece non li ha e forse non li avrà mai. Ci sarebbe per questo bisogno di una politica del dovere sconosciuta nei tempi attuali. La ricerca del facile consenso e dell’attenzione ai sondaggi ne è una prova. La vicenda dei migranti ne è l’esempio perfetto. I sondaggi ci dicono che la Lega ha raggiunto in questi giorni il massimo incremento al 38 per cento e contemporaneamente i dati ci dicono che nei primi sei mesi del 2019 sono sbarcati in Italia 2874 migranti, numeri che non sono certo da invasione.  Ma appunto oggi vale quello che sembra non quello che è, la percezione è più importante del fatto. Quanta differenza con persone come Ambrosoli che hanno parlato solo con i fatti e che avevano un’idea alta del servizio “Ho avuto un’occasione unica di fare qualcosa per il Paese. A quarant’anni di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certa saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa”. Queste parole scriveva Ambrosoli alla moglie Anna sentendo che poteva essere ucciso. Così come Aldo Moro che dalla prigione delle BR scrisse l’ultima lettera proprio alla moglie Eleonora.

di Andrea Covotta