“Anche una strada imboccata male può essere una scoperta”: intervista a Franco Arminio

0
2919

Di Vincenzo Fiore

Una dolcezza vera

non è mai cordiale.

Una dolcezza vera

ti fa male.

«È tempo di riscrivere l’alfabeto sentimentale. Non siamo fatti per essere in coppia, non siamo fatti per tradire e neppure per essere fedeli. Semplicemente non siamo fatti una volta per sempre», così si chiude il manifesto delle intimità provvisorie di Franco Arminio, riflessione a conclusione della sua nuova raccolta poetica L’infinito senza farci caso (Bompiani, 2019). In un mondo che ha innalzato la pornografia a nuova chiesa, questo libro è un invito a cogliere l’amore nella sua spontaneità, oltre le ottuse morali e le imposizioni sociali. Malgrado le tante storie sbagliate, gli inganni e le innumerevoli sofferenze, insomma, nonostante tutto, l’amore è l’unica religione che anche per lo scettico vale ancora la pena di seguire, non ha importanza se poi esista davvero un dio ad ascoltarci. Alla fine della ricerca di un bacio che non sia soltanto saliva, di un sesso che non sia soltanto corpi, si potrebbe però restare delusi. Ma in fondo che importa? «La vita è soltanto quando si ama e si muore».

In esclusiva per “Il Quotidiano del Sud”, ho intervistato il poeta Franco Arminio.

Lei è noto per essere “Il paesologo”, il suo ultimo lavoro è una raccolta è di poesie d’amore. Per un poeta è più complesso raccontare un paesaggio o un sentimento?

Scrivere con onestà è sempre complesso, non c’è qualcosa di più semplice da descrivere. Il paesaggio amoroso è altrettanto complicato come il paesaggio dei luoghi. La differenza è che l’amore ti costringe maggiormente a guardarti dentro, il paesaggio obbliga lo sguardo a rivolgersi all’esterno. È sempre lo sguardo però a guidarci.

Afferma di non sapere cosa sia l’amore, ma di conoscere bene cosa sono le intimità provvisorie…

Esistono momenti, che tutti abbiamo provato credo, di abbandono, di piacere, di desiderio, rappresentati ad esempio da un’intesa con uno sconosciuto, da un abbraccio, sono istanti netti, chiari momenti di trasporto che ci fanno sentire vivi. L’amore prevede relazioni, storie, l’amore è qualcosa di più complesso, di ambivalente, è una materia dove è più difficile pronunciarsi.

Scrive che spesso il matrimonio è il prologo della separazione, che utilizziamo le stesse formule per nuove esigenze. Cosa è cambiato di preciso?

Il cambiamento è evidente. L’antica istituzione del matrimonio è sempre più in crisi, le persone hanno dei desideri, delle modalità di vita che spesso questo tipo di unione non riesce a gestire. Spesso i matrimoni finiscono o proseguono in una sorta di tacita separazione. Bisognerebbe inventare nuove formule, nuovi modi di stare insieme. È una questione sentimentale ma anche politica, di cui dovrebbe occuparsi tutta la società. Si tratta di un lavoro mai cominciato. È come possedere un’auto che va a benzina in un mondo che gira solo a metano.

Il “per sempre”, dunque, è soltanto un residuo di un’illusione adolescenziale, una formula abbandonata anche dai poeti?

No, questo non c’entra. Il romanticismo, l’amore assoluto sono cose nobili, ma non hanno a che fare con il matrimonio, almeno non sempre. Una totale dedizione all’altro può esserci dentro o fuori tale istituzione. Il matrimonio però non regge a determinate pressioni, anche perché è molto cambiato il ruolo della donna. La donna prima era costretta a subire una mera passività, ora invece tutti hanno la libertà di guardarsi intorno e così i matrimoni saltano.

Lei parla di intimità provvisorie, Adorno rifletteva invece sulle intimità alienanti: quando c’è troppa familiarità, troppa vicinanza. Il desiderio sembra avere un tempo determinato, una scadenza. La dissociazione dell’amore dalla sessualità, che probabilmente è sempre esistita, a suo avviso, si è alimentata anche a causa della rete, quella che lei definisce l’arcipelago del porno?

Certo, la rete ha sdoganato il disordine sentimentale delle persone. Mentre si vive una relazione si è spesso contemporaneamente in contatto con molte altre persone, fra l’altro si tratta di rapporti virtuali, quindi pieni di equivoci. Siamo in un’epoca di confusione, anche se c’è chi ancora finge di non accorgersene. Io non voglio di certo imporre la mia visione al mondo, ma percepisco questo. Una confusione ovviamente che tocca i diversi ambiti della vita, parlare di sentimenti non significa misconoscere altre questioni cruciali. Quando si parla di un argomento c’è sempre chi sottolinea che ci sono problemi più importanti, ma questo è scontato. Discutere sull’amore non significa chiudere gli occhi sulla questione dell’ambiente o sulla disoccupazione al Sud.

Sempre a proposito di pornografia, lei ha denunciato un certo moralismo ipocrita che punta il dito dinanzi a dei versi dai contenuti sessualmente espliciti…

Se si utilizzano in rete espressioni che fanno parte del nostro parlare quotidiano ci imbattiamo verso la censura, verso il moralismo. Neanche la letteratura viene risparmiata. Al contrario, è tollerata l’aggressività del linguaggio politico. Le persone fanno ancora fatica a parlare liberamente della sessualità, nonostante siamo circondati dalla pornografia. È quasi impossibile imbastire una discussione aperta, priva di condizionamenti sul tema.

A ispirare poesie d’amore è sempre una passione tradita, una gioia soffocata?

No, ci può essere dietro un amore felice, un desiderio, un disamore, una nostalgia, le motivazioni che spingono la poesia sono sempre tante. È un mondo infinito l’amore, non lo si può esaurire con una singola poesia o con un singolo poeta.

«Ho fatto tanti errori / nella mia vita. / Questo ognuno di noi lo dice. / Quello che non sappiamo dire / è questo: / ho fatto tanti errori / nella vita degli altri». Lei quale errore sicuramente rifarebbe?

Io scrivo, vivo grazie agli errori che commetto. L’errore è inevitabile. Anche una strada imboccata male può essere una scoperta, come una perdita può essere uno slancio. L’errore mi tiene sveglio.

Lei è il fondatore della Casa della paesologia a Bisaccia, antico borgo irpino in provincia di Avellino. Uno dei tanti paesi in cui camminando si sente l’eco dei proprio passi, un luogo dove lei ha detto ci si potrebbe curare con il silenzio. C’è futuro per i piccoli borghi?

Certo che c’è un futuro, non per tutti forse, non per tutti allo stesso modo, ma la storia non finisce domani mattina. È un momento difficile, quasi penoso. Io che vivo in un piccolo paese, ne sento tutta la fatica. D’inverno un paese può essere anche un luogo angosciante. Non è facile viverci oggi, ma non credo che moriranno. La strada è lunga e impervia, ma prima o poi ci sarà un ritorno, semplicemente perché le persone da qualche parte dovranno pur andare.

Afferma che l’amore si svolge dentro i confini di una cultura e di una religione, che si svolge sempre in un luogo. Qual è il suo rapporto amore-terra e quanto un evento come quello del terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980 ha segnato quest’amore?

Nel mio caso c’è sicuramente un grande amore, un amore-odio, per il mio paese, per la mia terra, per la mia Irpinia. Credo che senza il terremoto la mia vita avrebbe avuto un altro corso, forse è stato quell’evento che mi ha spinto a restare in Irpinia. Oggi vado spesso altrove, ma non mi sono mai trasferito, non ho mai smesso di raccontare la sua sofferenza. Ho vissuto gli anni complessi, a volte contraddittori, della ricostruzione. Ho combattuto, invano probabilmente, contro determinati processi. Quel giorno ha segnato la mia vita, come quella di tutti gli irpini.

Se mi ferisci

mi dai

ciò che mi aspetto

dalla vita,

io sono cresciuto

in braccio

a una ferita.

Spezzami in due,

il buono

è la luce che nasce

quando ci spacchiamo.