Arminio e i Canti della gratitudine: riscoprire ciò che è ai margini. La poesia contro l’indifferenza

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Fare buon uso delle parole “poichè la parola è sacra, è un pugno o una stella”, ascoltare l’universo che ci circonda, partire dai piccoli gesti che ci riconciliano con l’esistenza. E’ ancora una volta un canto dedicato alle piccole cose, alla bellezza del quotidiano la raccolta di Franco Arminio “Canti della gratitudine”, Bompiani, da ieri in libreria. Pagine che rappresentano l’ultimo tassello di un mosaico che racconta la necessità di riscoprire ciò che è marginale “Fatti portavoce/delle ferite degli altri/sono quelle che più ti riguardano/Allenati a vedere il minimo/il marginale,/ha una grazia che ti porta altrove…Stai vicino ai generosi, ai fragili/agli innocenti”. Poichè non ci può essere posto per l’indifferenza “Vorrei essere il vicino di lacrime,/il custode delle passioni/a a cui è scaduta la licenza/Io scrivo per voi/per chi non trova pace/Nessun dolore avrà mai/la mia indifferenza”.

E sono ancora una volta i borghi dimenticati a tornare con forza nei suoi versi “Amo i luoghi pieni di crepe,/amo i vecchi, i paesi abbandonati,/i dolori che ci aprono/le gioie che portano il cielo/in ogni vena/Hanno detto che le crepe fanno passare la luce/ma piu chi può le chiude”. Arminio non smette di gridare il suo grazie all’amata Bisaccia, suo paese natio e alla sua gente, malgrado il tremore e il freddo delle sue strade “Ringrazio questo luogo spoglio/dove tutto trema, anche le unghie/della mano. Ringrazio la neve/che mi porto sulle spalle/la timidezza dell’infanzia/questa zolla in cui divento grano”. Centrale è il valore della gioia di cui si fa cantore in versi che sembrano richiamare l’elogio della carità del Vangelo “Non conta sapere tante cose:/se non hai la gioia non sai niente/Scienza e fede ti possono servire/se non hai la gioia non vedi niente….La gioia non ha fissa dimora,/non la puoi cercare in un cassetto/può venire da un amore che inizia,/da un dolore che finisce/La gioia è un fiocco invisibile/che ci unisce”. Non serve a nulla, ci ricorda Arminio, portare rancore e custodire la rabbia “Non nascondere lo sconforto/ringrazialo, intervistalo, non dare retta/ a tutto quello che ti dice/raccogli la gioia del giorno/se ne trova sempe qualcuna/se ti guardi bene intorno”. Arminio canta la meraviglia di ciò che può sorprenderci ogni giorno, del piccolo gesto che è insieme semplice e straordinario “non c’è nessun bisogno/di vestire da capolavoro/ogni giornata/Pensiamo al guadagno/di vedere un’alba/di cenare con i nostri cari. Pensiamo al piacere/di camminare per le nostra strade/di tornare a casa/Non aspettiamo la sventura/per ricordarci la grazia/della piccola e infinita vicenda/di stare qui in un giorno qualsiasi”. Il rischio di scivolare nella  retorica è sempre dietro l’angolo ma Arminio lo salta a pie pari, scegliendo sempre un linguaggio che è immediato e al tempo stesso nuovo, di grande semplicità ed efficacia ma capace di andare al di là del già detto, grazie all’accostamento di immagini antitetiche, al di là di luoghi comuni e stereotipi.

Il suo è un invito ad apprezzare appieno la vita, a non lasciarsi spaventare dalla paura della morte, tutto ciò che ci chiede è di avere coraggio e mettersi in gioco, anche a costo di rischiare tutto “Posa la vita che hai fatto/resta imprevedibile a te stesso/più che agli altri, di colpo ti ha lasciato lo sciame delle attese nella carne/non c’è un volere che ti punge/ accetta che il tuo corpo abbia terre/nascoste, piene di un sale sereno…E’ ora di dirlo che il timore è finito/che siamo leggeri come foglie”. La morte è continuamente evocata ma è sempre strumento per riaffermare la forza della vita “Per dire una cosa nuova,/cioè per fare l’unica cosa che si chiede a un poeta/devi mettere la tua vita/nelle mani della morte/ e da questa resa/a volte nasce il canto”. Un esempio, un modello a cui guardare sono i gatti “I gatti non sono mai adirati/restano miti,/badano alla loro vita/senza pretendere nulla/più di quel che hanno”.

In un tempo segnato da rovine e tremori, la poesia, ci ricorda Arminio, resta una guida di cui non possiamo fare a meno, unica bussola “La poesia serve a capire/che la morte è dentro la vita/non è il suo contrario/è il mistero che ci accompagna/non è l’estraneo che ci agguanta”. La sua poesia è antidoto a ogni forma di scoramento e rassegnazione “Noi disertiamo la vostra cupezza/la poesia ci guida a una dolcezza sconosciuta/Gli innocenti non avranno mai fine”. Poichè “la poesia serve a tenere tutti i sensi aperti, a indossare le ossa degli altri”. Una raccolta che è anche un impegno, una dichiarazione d’intenti “Prometto di restare fedele/alla luce, di benedirla ogni giorno/ di aspettare dopo la notte/il suo ritorno/Prometto di dedicare tempo/ai morti/accarezzargli la fronte/stendermi accanto a loro/Prometto di combattere ancora perchè i paesi non muoiano”.

L’unica arma che ci resta è quella delle parole “La medicina del futuro è l’attenzione alla lingua/Badate prima di tutto alle parole/le parole fanno tempeste/nella carne, possono fare buchi/possono fare tane, trame/tele di ragno”. Dalle parole alle radici fino al corpo, di cui rivendica la sacralità “Carissimo corpo/in cui dobbiamo morire/portaci con te, tienici stretti/tu antico, tu costruito/da pietre sacre, da germogli purissimi di terra/Carissimo corpo, portaci con te/in mezzo al mondo, fino alla radice”. Tutto ciò che serve per cambiare il mondo è imparare a guardarlo, ad andare al di là della superficie a capire ciò che è invisibile a tanti “Non credo di aver guardato il mondo/da bambino, credo di aver cominciato/ a guardarlo pochi anni fa….ora parlo spesso del guardare/mi sembra la cosa migliore/che possiamo fare”, pregare “Preghiamo per i corpi, per l cuore/mai fermo in mezzo al petto,/preghiamo per il rancore ed il rispetto.Preghiamo per la gioia e l’inquietudine…”, riscoprirsi fratelli “La prima cosa è far entrare il dolore,/pensare che c’è un padre che sta piangendo,/c’è un ragazzo che non sa nulla della morte/di sua sorella, c’è la trama della storia…/Ma questo è il tempo di allietarsi/per le gioie degli altri/ e di soffrire per chi soffre/L’umanità non è un luogo, è una conquista”. Una poesia delle piccole cose che non smette mai di essere militante “Sequestra il tuo lamento/il giro corto dei tuoi interessi/continua a dire mille volte al giorno/no alle armi, no alle armi, no alle armi”. Poichè la pace è “vibrante, un’emozione continua, produce più adrenalina delle armi” Ed è lo stesso Arminio a sorprendersi che un militante dell’inquetudine sia diventato un consolatore militante, poichp per dare un senso alle cose bisogna provare a guardarle da differenti punti di vista “Io non sono mai stato vivo e basta, ho sempre dovuto guadagnare una tregua al pericolo, ho sempre dovuto aggiungere qualcosa. La morte è la mia dittatura, la poesia è la mia ribellione”