Assalto alla Lega, avvertimento a Conte

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Cinquanta giorni dopo, la commedia è andata in scena con lo stesso copione e probabilmente il finale non cambierà. Nel prologo il presidente del Consiglio va in Parlamento e, in nome di un’innegabile emergenza nazionale, chiede il concorso di tutte le forze disponibili a dare una mano al governo. Nella successiva scena madre, un rappresentante del partito di maggioranza attacca a testa basa l’opposizione, stracciando l’appello del premier. Segue l’epilogo, dove ognuno dei protagonisti se ne va per conto suo sbattendo la porta. Questa volta la sceneggiata avrà una conclusione ancor più clamorosa il prossimo 2 giugno, festa della Repubblica e, idealmente, dell’unità nazionale, quando le opposizioni scenderanno in piazza, forse solo simbolicamente e a ranghi ridotti, per manifestare contro il governo, alla faccia di ogni invito alla riconciliazione.

Ieri, era per l’esattezza il 26 marzo, la rissa è scoppiata al Senato, dove Giuseppe Conte aveva caldamente invitato il centrodestra a partecipare alla scrittura del decreto legge destinato a finanziare la ripresa post-pandemia; e a bruciare ogni possibilità di dialogo era stato il capogruppo dei Cinque Stelle Gianluca Perilli, caricando a testa bassa Salvini, definito “monumento all’incoerenza” e Giorgia Meloni. Risultato: il governo si è scritto da  solo il decreto, ci ha messo quasi due mesi e ora se la deve vedere alle Camere per la conversione. Ma intanto la bagarre ha fatto scuola, e così l’altro giorno lo scontro è andato di nuovo in scena a Montecitorio, dove il premier si è presentato agitando il ramo d’ulivo di un’intervista al “Foglio” in cui offriva alle opposizioni un patto in tre punti: riforma della giustizia, tasse, ricerca e innovazione. Ad avvelenare, subito dopo, il terreno del dialogo ci ha pensato un altro pentastellato, Riccardo Ricciardi, che nella vita fa il regista e l’attore teatrale e che nel suo intervento, in diretta Tv, ha preso di mira, il “famigerato” modello lombardo della sanità, responsabile di lutti a non finire. Ne è seguita rissa, imbarazzo del presidente Fico (cui Ricciardi, nella galassia dei Cinque stelle fa riferimento) sospensione della seduta.

Ma  non finisce qui, perché alla ripresa dei lavori, abilmente, Lega e Fratelli d’Italia chiedono a Conte di prendere le distanze dal discorso incendiario di Ricciardi. E che fa il presidente del Consiglio? Si limita a dire che lui non ne sapeva nulla: “Sono opinioni personali”.

A questo punto è lecito chiedersi chi fosse il vero destinatario dell’altolà pentastellato: se cioè la Lega (questo è evidente) o indirettamente anche il presidente del Consiglio, interdetto per ben due volte nel tentativo di ingraziarsi l’opposizione. Il sospetto è legittimo. Per salvare il ministro Bonafede dall’insidia della mozione di sfiducia a firma Bonino, Conte ha dovuto pagare a Matteo Renzi un prezzo politico in termini di ruolo nella coalizione (oggi) e di posti di potere (forse domani); e ciò proprio nel momento in cui gli servirà l’appoggio di tutta la sua maggioranza per negoziare con l’Europa gli aiuti di cui l’Italia ha bisogno come il pane, a cominciare dai miliardi del Fondo salva Stati (Mes) destinati proprio a finanziare il servizio sanitario. I Cinque Stelle non vogliono i soldi del Mes perché diffidano dell’Europa, e temono di essere messi in un angolo quando il Parlamento dovrà decidere sulla materia. Quindi il loro assalto alla Lega sa tanto di avvertimento a Conte.

di Guido Bossa