Bene comune, la lezione di Ciampi

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Domani il Presidente della Repubblica parteciperà al ricordo di uno dei suoi predecessori, Carlo Azeglio Ciampi. Mattarella già un anno fa lo definì uomo dei tempi difficili perché toccò proprio a Ciampi guidare l’ultimo governo della travagliata legislatura ’92-’94, quella martoriata dai colpi di Tangentopoli e che concluse l’esperienza della cosidetta prima Repubblica. Ciampi riceve l’incarico da Scalfaro il 26 aprile del ’93. E’ il primo Presidente del Consiglio non parlamentare e non iscritto ad un partito della storia della Repubblica, il suo è un governo a tempo di record: in soli due giorni è pronta la lista dei ministri e, subito dopo, si presenta in aula alla Camera per le dichiarazioni programmatiche. Inizialmente nel Governo ci sono anche tre ministri del Pds, Barbera, Visco e Luigi Berlinguer e il verde Francesco Rutelli. L’obiettivo è allargare il tradizionale perimetro del pentapartito, operazione che però dura solo poche ore e si chiude quando il Parlamento nega l’autorizzazione a procedere nei confronti di Craxi. Occhetto, a quel punto, decide di ritirare la delegazione del suo partito. Si infrange, con questa scelta, la possibilità di avviare un dialogo tra sinistra riformista e Partito Popolare, dialogo che sarà rimandato a dopo il voto del ’94. Il governo Ciampi è il primo esecutivo presieduto da un tecnico, dopo di lui Lamberto Dini nel ’95 e Mario Monti nel 2011, entrati a Palazzo Chigi come non politici ne usciranno da leader di partito, testimonianza tangibile del fatto che ormai i movimenti sono legati alla singola persona più che ad un progetto di lunga durata. La politica dei primi anni Novanta non riesce a reagire all’ondata dell’antipolitica che domina l’opinione pubblica e neppure all’incalzare dell’azione della magistratura. Il parallelo, che in molti fanno oggi, è tra Ciampi e Draghi, la cui azione è tarata sulla dimensione dei problemi e sulla ricerca di soluzioni. Esattamente il modo con cui si è mosso Ciampi sia a Palazzo Chigi che al Quirinale. Mattarella ricordandolo il 15 gennaio del 2020, riannodò i fili di quella prima esperienza come Presidente del Consiglio e disse che Ciampi affrontò “una stagione di grande tensione, accompagnata da attentati terroristici di gravissima portata, da quello dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993), all’autobomba fortunatamente non esplosa il 2 giugno successivo, a Roma, nei pressi di Palazzo Chigi, alle bombe del 27 luglio a Milano, in via Palestro e ancora a Roma a San Giorgio al Velabro e a San Giovanni in Laterano. La violenza stragista mafiosa si configurò come vera e propria emergenza nazionale.  Un clima che lo portò a temere, in quel mese di luglio, sviluppi di carattere eversivo. La ridefinizione del quadro internazionale in quegli anni, a seguito della fine della Guerra fredda, e la ridefinizione della situazione politica interna, non fecero trascurare al suo governo il percorso di modernizzazione dell’Italia e la sua progressiva integrazione nella comunità economica e finanziaria internazionale. Le istituzioni della Repubblica seppero, ancora una volta, contrastare con successo, con la sua guida, logiche di disfacimento del tessuto connettivo del Paese”. Oggi siamo alle prese con la doppia emergenza sanitaria ed economica e c’è chi guarda alla biografia di Ciampi come una sorta di canovaccio profetico per il futuro dell’attuale premier Draghi: direttore generale del Tesoro con Ciampi ministro, quindi governatore di Bankitalia nel 2005. Entrambi economisti e banchieri, dunque, e poi chiamati a ruoli politici e l’analogia potrebbe spingersi ad immaginare per Draghi un passaggio al Quirinale. Le differenze ci sono ma la loro identica stella polare è l’interesse generale mentre intorno c’è un sistema dei partiti ancora dentro un default che ha reso necessaria questa nuova soluzione di emergenza.

di Andrea Covotta