C’è bisogno di una tregua duratura

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In tre anni, dal 2018 ad oggi tre governi e tre maggioranze politiche diverse, è l’incredibile percorso di questa stranissima legislatura. A giugno del 2018 la coalizione Lega-Cinque Stelle, la più antieuropea, seguita nel settembre del 2019 dalla svolta grillina, basta con Salvini nasce l’alleanza con il Partito democratico senza cambiare la guida: l’avvocato Giuseppe Conte. La coalizione giallo-rossa è implosa dopo gli attacchi sferrati da Renzi al Presidente del Consiglio. E siamo ad oggi. Terza svolta e terza maggioranza, un governo di larghe intese che non si identifica con nessuna formula politica e presieduto dall’uomo che più di tutti in Italia incarna l’Europa: Mario Draghi. La debolezza del sistema ha portato i partiti ad accettare di farsi commissariare in attesa di tornare protagonisti. Dunque per ricapitolare, la legislatura si apre con la minaccia di impeachment a Sergio Mattarella da parte di Luigi Di Maio e potrebbe chiudersi con un governo a guida del presidente emerito della Banca centrale europea, sostenuto, tra gli altri, dal medesimo Di Maio, tra i più convinti nei Cinque Stelle sulla partecipazione all’esecutivo in un Movimento che rischia la scissione. Altro esempio è la Lega con la svolta di Matteo Salvini che ora considera Bruxelles non più come un orco cattivo ma come una opportunità e ha per questo rimesso nell’armadio le felpe e detto addio al tempo del “papeete” e si è accorto di guidare il primo partito italiano che non può stare in panchina ma deve scendere in campo.  E poi il PD che ha governato con i Cinque Stelle dopo averli accusati di incompetenza e inefficienza e adesso appoggia un esecutivo dove c’è l’altro nemico, cioè la Lega. La politica non sempre è coerente ma in questa legislatura è accaduto davvero di tutto. La spiegazione è indubbiamente dovuta alla doppia emergenza sanitaria ed economica con le tre questioni centrali per uscire da questa situazione: piano del Recovery, piano vaccinale, ristori. Tutto è cambiato grazie alla ferma decisione del Capo dello Stato Sergio Mattarella di chiamare a capo del governo Mario Draghi perché come dice Mattia Feltri “fra sei mesi sarà lui l’uomo forte dell’Unione, se avrà un governo e una maggioranza con le due dita di testa necessarie a sostenerlo. Merkel a settembre concluderà la sua carriera politica e la Germania sarà davanti alla necessità di ricostruirsi una leadership. Macron sarà necessariamente imbrigliato dalla campagna elettorale che lo porterà alle presidenziali dell’ottobre del prossimo anno. La Gran Bretagna non c’è più. E non dimentichiamo che fino a dicembre l’Italia avrà la presidenza del G20, per cui a maggio condurrà il vertice sulla salute e a ottobre quello finale. Una prateria. Non so quando ci ricapiterà un uomo del calibro di Draghi e una situazione più opportuna per consegnare all’Italia un ruolo così centrale e così strategico da rientro il condominio europeo. Italia first potrà dirlo Salvini, ma potrà farlo Draghi”.  La presidenza Draghi rappresenta, insomma, un cambio di passo per il nostro Paese pronto, se saprà sfruttare l’occasione, a ridare vitalità e slancio alle tradizionali alleanze con Unione Europea e Stati Uniti dove non c’è più il sovranista Trump ma il democratico Biden. Inoltre la vera novità rappresentata da Draghi è il ritorno della competenza, e la prova è rappresentata dai mercati, la sua sola presenza ha abbattuto lo spread. Adesso occorre che i partiti non dicano sì oggi a Draghi per preparare dei no tra poche settimane c’è bisogno di una tregua duratura, di un equilibrio tra avversari perché il governo Draghi non è solo l’occasione del presente ma l’ultima scialuppa lanciata ad un sistema che non può più permettersi di imbarcare acqua.

di Andrea Covotta