Che accade tra Palestina e Israele?

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Rockets are launched by Palestinian militants into Israel, in Gaza May 11, 2021. (Photo by Majdi Fathi/NurPhoto via Getty Images)

Di Matteo Galasso

Per la prima volta dal 2014, le sirene anti-missili e la corsa ai bunker sembrano aver riacceso un conflitto che mai si è spento del tutto, fin dalla proclamazione dello Stato di Israele avvenuta nel 1948, 73 anni fa. Sono in atto, tra Israele e i territori palestinesi occupati, che si limitano alla Striscia di Gaza e alla Cisgiordania, una serie di azioni di guerriglia civile, che solo due giorni fa sono sfociate in attacchi missilistici veri e propri.

Questo conflitto, che l’intero mondo diplomatico segue con apprensione, ma con neutralità, sembra rinforzare – in questo momento storico – le leadership dei due schieramenti e delineare due fazioni ben precise: da una parte il Primo Ministro Israelita, Benjamin Netanyahu si rende – nonostante non più detentore di una maggioranza politica effettiva del Paese –punto di riferimento e convergenza di tutte le forze politiche contro un nemico di cui conosce i punti di forza e debolezza; dall’altra, il partito politico palestinese Hamas sta rinforzando la sua leadership di un forte e coeso gruppo di opposizione rispetto allo Stato Ebraico.

Benché i primi segni di questa nuovo conflitto si siano già intravisti nell’ultimo mese, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata sicuramente quella degli ultimi sviluppi della questione riguardante il quartiere SkeikhJarraha Gerusalemme Est.

La città è di fatto divisa in due zone di occupazione dal 1949, al termine di una guerra tra l’allora neo-stato e la Giordania. Quest’accordo prevedeva che la città fosse divisa da una green line, a ovest della quale –dove c’era e c’è tuttora una maggioranza ebraica –aveva il controllo l’autorità israelita e a est, a maggioranza araba, il governo della Giordania.

Nel 1967, a seguito della vittoria della guerra dei Sei giorni, Israele occupò la Striscia di Gaza, l’intera Cisgiordania e la parte est della città. Nonostante con la Risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unitesi imponeva a Israele un ritiro delle truppe senza condizioni dai territori occupati, una serie di controversie nella stesura della risoluzione hanno consentito di occupare comunque i territori, compresa il settore orientale cittadino. E, di fatto, pur senza il riconoscimento internazionale di questa annessione, nel 1980 il Parlamento di Israele dichiarò Gerusalemme territorio unito e capitale. Con l’occupazione di Gerusalemme est, tuttora a maggioranza araba, il governo di Israele ha avviato una campagna di sfratto nei confronti degli abitanti palestinesi della città, sostituendo le famiglie arabe con quelle ebraiche.

Nonostante l’Onu e tutte le organizzazioni per i diritti umani stiano intimando Israele di porre fine a questa azione poco rispettosa della dignità umana, oltre a essere attuata in modo intrinsecamente discriminatorio, gli sgomberi continuano.

A detta di molti diplomatici, questa azione – proibita dalla legge umanitaria internazionale– sarebbe paragonabile addirittura ad un crimine di guerra. Ciò che ha portato però al lancio dei missili palestinesi, mandati da Gaza su Tel Aviv, Ashod, Ashkelon e sulla stessa Gerusalemme, è stato il rifiuto da parte dell’intelligence israeliana di ritirare le proprie unità, dispiegate nel complesso della Moschea Al Aqsa, con l’obiettivo di sedare i protestanti arabi riunitisi davanti alla struttura per protestare contro gli espropri.

Vedere consumare violenze in un luogo così sacro per i palestinesi ha portato Hamas a minacciare le forze di polizia israeliana a ritirarsi entro le 18.00 di domenica scorsa. Al rifiuto delle forze dell’ordine di ritirarsi, centinaia di missili sono partiti dalla Striscia di Gaza, percorrendo anche più di 100 km e arrivando a causare 5 morti nelle città colpite. La maggior parte dei missili palestinesi (circa il 95%) sono stati però intercettati dal sistema difensivo di Israele, dando così vita alle immagini viste in tutto il mondo di un cielo stellato da esplosioni. Il partito Hamas rivendica il lancio di 130 missili sulla sola Tel Aviv, mentre fonti Israeliane confermano la cifra di 1500 lanci in totale.

La reazione istantanea del sistema anti-missilistico di Israele rispetto all’attacco mosso da Gaza era abbastanza prevedibile. Alla violenza è seguita altra violenza: immediata la risposta della città di Davide che ha dispiegato in aria la propria flotta aerea, che giungendo in corrispondenza di Gaza ha bombardato edifici strategici di Hamas, arrivando a colpire 600 obiettivi.

Le intenzioni erano di non ferire i civili, mai missili certo non sono in grado di decidere se risparmiare qualcuno o meno. E, infatti, il bombardamento ha causato, a detta del ministero della sanità palestinese, già 85 morti (di cui 14 bambini) e 500 feriti. E ciò anche perché Hamas avrebbe piazzato i suoi edifici strategici tra quelli abitativi.

Le due parti non sembrano intenzionate a fermarsi: Israele, consapevole della sua forza e potenza, cercherà di sfruttare il pretesto a proprio vantaggio. Il premier ha infatti dichiarato che “è solo l’inizio”, e il ministro della difesa ha aggiunto che “Israele non è pronto a una tregua”. Intanto a più di 5000 riservisti dell’esercito di Davide è stato dato l’ordine di prepararsi, mentre al confine con l’enclave sono significativamente aumentate le truppe. Lo stato maggiore presenterà un piano di invasione della Striscia. Dall’altra parte Hamas non vede una fine prossima rispetto ai combattimenti.

Certi che non si può preventivare l’evoluzione di tali eventi, ciò che stupisce è il silenzio della diplomazia internazionale, la quale ha il dovere di fermare la violenza non certo con mere imposizioni verbali: era noto da tempo che lo Stato ebraico in questi anni non ha rispettato gli accordi internazionali, espandendo i confini stabiliti e occupando più di quanto gli spettasse, opprimendo la libertà di centinaia di migliaia di cittadini. Il fatto che i cittadini di Israele vogliano vivere in pace dipende esclusivamente dalle decisioni del loro governo, che non dovrebbe far altro che smettere di rivendicare con la forza territori abitati da secoli da una diversa etnia.

L’unica vera soluzione che possa garantire il rispetto delle libertà individuali e una pace stabile se non solida resta esclusivamente il riconoscimento ufficiale reciproco dei due Stati: Israele e lo Stato di Palestina. Fino a quando uno dei due popoli continuerà a voler prevalere sull’altro sarà difficile mettere la parola fine ad un conflitto politico, religioso e territoriale per evitare continui episodi di violenza e sangue che colorano di rosso da troppi anni la Terra Promessa.