Chi staccherà la spina al governo?

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Siamo così sicuri che sarà Matteo Salvini a decidere, quando lo crederà opportuno, di staccare la spina al governo e portare l’Italia ad elezioni anticipate al termine della legislatura più breve e più nevrotica della storia repubblicana? In effetti, dopo le europee del 26 maggio, che hanno certificato il ribaltamento dei rapporti di forza fra Lega e Cinque Stelle pur non incidendo sugli equilibri parlamentari, è il capo del Carroccio a tenere strettamente in pugno le sorti dell’esecutivo e a dettare l’agenda di palazzo Chigi. La truppa di Luigi Di Maio, tramortita dalla batosta elettorale, è ancora in stato confusionale; il presidente del Consiglio Conte sopravvive solo perché spetta a lui e al ministro Tria condurre la trattativa con l’Europa per evitare la procedura d’infrazione sul debito, e certo Salvini non gli rende la vita facile bombardando ogni giorno Olanda, Francia e Germania su migranti, accoglienza e quant’altro. Delle opposizioni è meglio non parlare: avrebbero bisogno di tempo per riorganizzarsi, ma intanto neppure mettendosi insieme, se lo volessero, potrebbero impensierire il vice premier che naviga sulla cresta dell’onda continuando ad agitare con successo tutto l’armamentario propagandistico che l’ha portato al punto in cui è arrivato; e così il quadro è completo: Salvini sfrutterà le prossime settimane per piegare governo e parlamento alle sue ragioni ottenendo il massimo possibile in tema di grandi opere, Tav, taglio fiscale, autonomie regionali; poi, quando gli converrà, magari dopo le elezioni regionali in Emilia Romagna dove conta di ottenere un altro successo, manderà tutti a casa convinto di poter rientrare a palazzo Chigi, dopo il voto anticipato, dall’ingresso principale.

Sembrerebbe un percorso lineare e privo di ostacoli, ma forse non è proprio così. Intanto, un politico avveduto (e Salvini lo è, al netto di alcune cadute di stile particolarmente sgradevoli) sa che gli elettori italiani sono da sempre restii a conferire tutto il potere ad un uomo solo, per quanto rassicurante, decisionista, magari anche carismatico possa essere. Non l’hanno fatto con i leader del passato, che peraltro non hanno mai preteso di governare da soli; e non hanno sopportato a lungo neppure Matteo Renzi che non aveva gli scrupoli di un De Gasperi, di un Moro o dello stesso Berlinguer che propose il compromesso storico proprio per tranquillizzare gli elettori moderati. Dunque, prudenza: se Salvini non conosce la storia o vorrebbe riscriverla daccapo, c’è sempre il suo numero due Giorgetti che glie la ricorda mostrandogli proprio la foto del suo omonimo di Rignano, già presidente del Consiglio con grandi ambizioni e ora senatore semplice.

E allora: chi staccherà la spina? Mentre l’opzione Salvini resta in piedi (sarà solo lui a decidere se e quando portare all’incasso la cambiale), ce n’è un’altra da non trascurare, e cioè che siano proprio i Cinque Stelle, forzando la mano a Luigi Di Maio che ha legato all’esperienza ministeriale il suo destino politico, a suonare il gong e rimandare tutti negli spogliatoi, nel tentativo, non sapremmo dire quanto destinato al successo, di recuperare dall’opposizione almeno un po’ dell’energia e dello smalto andati perduti nei mesi scorsi.

Per i Cinque Stelle la partecipazione al governo è stata devastante. L’assunzione delle massime responsabilità nell’esecutivo, senza peraltro dismettere la mentalità, gli atteggiamenti provocatori, il linguaggio estremistico di un movimento nato e cresciuto nel mito della rivoluzione, ha determinato il rapido esaurimento della originaria spinta ideale e l’adattamento progressivo al metodo spartitorio che la Lega cinicamente imponeva. Dopo il 26 maggio è cominciato un altro incubo, e il dibattito che si è aperto nei gruppi parlamentari e fra gli attivisti, per quanto opaco data la carenza di regole democratiche efficaci, mostra una crisi profonda cui, forse, solo una brusca rottura con le logiche del potere è in grado di porre rimedio. Ma, nello scenario di una interruzione della collaborazione di governo, gli interessi dei Cinque Stelle non coincidono con quelli della Lega: ai primi conviene rompere quanto prima, per non dissanguarsi ulteriormente; Salvini invece può ancora aspettare, per continuare a scarnificare il suo esangue alleato.

di Guido Bossa