Ci sarà ancora un Sud?

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Il dibattito intavolato in questi giorni intorno all’urgenza di pensare un partito del Sud, acceso da diversi interventi e alcune iniziative mirate, è destinato a non spegnersi nel giro di qualche settimana, ma ad aprire uno squarcio di luce sull’ottenebrato quadro del Mezzogiorno, nello scenario opaco e frastagliato della crisi di governo che si sta consumando in questo scorcio d’estate.

Se, da una parte, è vero che oggi qualsiasi riflessione sul Mezzogiorno rischia inevitabilmente di apparire come qualcosa di stantio, di polveroso, non riuscendo ad imporsi come tema cogente all’ordine del giorno nella confusa agenda politica nazionale, dall’altra parte, è altrettanto vero che non si può far a meno di riaccendere la scintilla del futuro per provare a ricercare una via d’uscita dal tunnel buio di una crisi profonda che stringe in una morsa sempre più comprimente il destino di un popolo meridionale disilluso e depresso.

Di recente anche Adriano Giannola ha sollecitato la costruzione di “un movimento civile che porti alla nascita di un partito meridionale e meridionalista, non indipendentista, che rivendichi con forza il rispetto dei principi di libertà e di equità del contratto sociale che ci lega all’Italia e all’Europa”.

La preoccupazione che si affaccia, timidamente, nelle analisi di chi si occupa della “questione Mezzogiorno” è sintetizzabile in una sola battuta: non si sa se ci sarà ancora un Mezzogiorno.

Il Sud, da tempo, com’é noto, non siede più al tavolo del governo di questo Paese lacerato in profonditá.

Il Sud sembra essere sprofondato nell’anonimato soprattutto a causa dell’inerzia di una classe politica “liquida”, e così che l’Italia si é scoperta un Paese senza Mezzogiorno.

Il Sud dovrebbe ritrovare le energie per far invertire la rotta, e da oggetto, dovrebbe farsi nuovo soggetto, da essere pensato dovrebbe ritornare a pensare, e soprattutto a ri-pensarsi.

La risposta non può racchiudersi, come ha sottolineato puntualmente lo stesso presidente della Svimez, in un approdo “che porterebbe endogenamente (e fortemente esortato dall’esterno) ad una deriva rivendicativa, ad una elaborazione di un progetto pericolosamente sudista non adeguato all’emergenza del Sud e del Paese”.

Piuttosto occorrerebbe condensare le energie sull’elaborazione di un progetto che getti le basi per un nuovo meridionalismo da cui si innalzi una nuova leva di rappresentanti del Sud. Una nuova classe dirigente che interpreti un Mezzogiorno rinnovato e vitale, che è finalmente artefice del proprio destino.

Un nuovo meridionalismo, e non certamente un leghismo alla rovescia che risolve in un improbabile e becero “sudismo” la risposta a quello che è stato un vero e proprio ribaltamento della storia a cui abbiamo assistito negli ultimi anni.

La fioritura di un nuovo meridionalismo, di un nuovo impegno per il Sud, nel tempo del cambiamento, che si identifichi con una nuova stagione politico-culturale, nel solco tracciato dal pensiero meridionalista più autentico, che ha sempre interpretato il tema del Mezzogiorno in chiave nazionale ed europea e mai di cesura localistica.

Quello che serve è una politica nazionale meridionalista per i meridionali e per il Paese Italia. Nella fase storico-politica che stiamo attraversando è anche quello che manca in questi tempi segnati, di fatto, dall’esistenza di due Paesi separati in casa, con una classe politica nazionale “rinsecchita”, senza alcuna visione di presente e di futuro, che da ogni giorno la cifra della propria inadeguatezza, “mentre (per dirla con Gramsci) sulla scena politica si susseguono banali rappresentazioni nelle quali tutte le ambizioni umane intessono le loro menzogne, sullo sfondo giganteggia la maschera sghignazzante della realtà”.

di Emilio De Lorenzo