Comunali, ripensare la politica

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Manca un mese al test elettorale delle amministrative accorpato al voto sui cinque referendum sulla giustizia che hanno ottenuto il disco verde da parte della Corte costituzionale. Sono circa mille i comuni chiamati ad eleggere un nuovo sindaco e 26 di questi sono capoluogo di provincia compresi quattro di regione e cioè Genova, Palermo, L’Aquila e Catanzaro. Elezioni importanti ed è cominciata una lunga corsa elettorale che durerà circa un anno e che, purtroppo, non conosce timidezze neanche di fronte ad un evento tragico come la guerra in Ucraina. La situazione dei partiti è, se possibile, peggiorata sia rispetto ai tempi dell’inizio della pandemia, sia a quelli più recenti dell’elezione del Capo dello Stato. La distanza che c’è, non solo all’interno della coalizione di governo ma anche negli schieramenti tradizionali, è aumentata e così il livello delle polemiche. Le idee, non solo su quali sbocchi offrire per risolvere il conflitto russo-ucraino, ma su vari argomenti sono ogni più giorno più divergenti. Come ha scritto Marco Follini a proposito degli attuali leader di partito “protagonisti e comprimari pensano bene di evitare di dover spiegare a sé stessi e ai propri elettori il senso della vicenda politica che li vede impegnati. Insieme, per giunta. Ma nessuno protagonista di una scelta propria. Come tutto questo si possa conciliare con la propria autostima resta un mistero impenetrabile. Ora, può darsi che questo procedere a fari spenti nella notte, per dirla con Lucio Battisti, sia anche tutto sommato una manifestazione di buonsenso: si evita di litigare oltre un tanto, e così non si mette a repentaglio la governabilità del sistema. Ma è pure evidente che tutto il non detto di questi giorni, e dei prossimi mesi, è destinato a riaffiorare alla prima occasione, o alla prima difficoltà. Con quali effetti per la credibilità di tutta la compagnia di giro non è difficile immaginare”. Una tale situazione non ha un effetto immediato perché nessuno pensa ad una crisi, anche se le crisi di governo non si invocano ma si producono come è accaduto ben due volte in questa legislatura. La politica dovrebbe individuare soluzioni e ricercare quando è possibile dei compromessi, da troppo tempo invece l’obiettivo è diventato quello di avere la meglio su un singolo tema di fronte all’opinione pubblica. Una facile ricerca del consenso rispetto alla complessità di quello che accade non solo nel nostro Paese ma anche a livello internazionale. La tragedia della guerra dovrebbe costringere i partiti a ripensare i caratteri fondamentali della loro politica a partire da quella estera e da quella economica. Non sono tempi da ordinaria amministrazione, è accaduto di tutto in questi anni. Il Covid prima e la guerra adesso ci impongono riflessioni diverse e un alto senso di responsabilità. Continuare ad inseguire i malesseri e i malumori, che pure ci sono nell’opinione pubblica, è un esercizio che può dare dei frutti immediati ma che inevitabilmente non ha un respiro molto lungo. Lo tsunami che ha contrassegnato questa legislatura, con tre governi diversi e sostenuti da tre diverse maggioranze, dovrebbe insegnare che non si fa politica inseguendo consensi o inanellando distinguo quando si partecipa ad una coalizione. Negli ultimi anni, non solo in questa legislatura, come ricorda spesso Marco Damilano, abbiamo avuto o una politica necessitata e bloccata oppure una politica fin troppo creativa, al punto da non produrre niente. Sarebbe opportuno in presenza di un tempo drammatico, cominciare per i tanti leader di partito ad uscire da questa dicotomia e rilanciare il Paese e lo stesso sistema politico. E’ questa l’occasione da cogliere, altrimenti la crescente astensione dalle urne è destinata ad aumentare e non a diminuire.

di Andre Covotta