Congresso Pd, un flop?

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La prima fase della battaglia congressuale del Pd si è svolta a bassa intensita e senza confronti appassionanti. Solo uno scontro un pò surreale tra porzioni di apparato. Come avrebbe detto Totò, "a prescindere". Slegato, cioè, dal fattore determinante per il Pd e per i futuri equilibri politici del Paese, la legge elettorale. Stoppata finora da una avvolgente melina parlamentare. Il confronto tra un leader predestinato alla vittoria (Renzi), che nei circoli ha doppiato un ministro del suo governo (Orlando) e un aspirante ministro (Emiliano) entrato per il rotto della cuffia. è sembrato un minestrone un pò riscaldato che neppure qualche battuta polemica è riuscita a insaporire. Sarà stata l’assenza degli avversari veri, ormai emigrati in MDP. Oppure la volontà da parte renziana di tenersi aperte le porte per tutte le alleanze. O l’abitudine, consolidata nel Pd, a non discutere e a rimuovere le questioni più spinose. Fatto sta che queste primarie sono sembrate un bla-bla-bla stanco e ripetitivo di temi mal masticati e peggio assorbiti. I messaggi veri, come quelli di un centro-sinistra aperto o di un Pd plurale, sono rimasti cifrati. O solo accennati. E annegati in un mare di luoghi comuni. Il Pd ha subito un forte calo negli iscritti. In qualche caso, tuttavia, con anomali aumenti di votanti. O divisioni di voti a tavolino. Gonfiamenti congressuali? Chissà. Comunque, la percentuale dei partecipanti a questa prima fase e le proiezioni finali non appaiono incoraggianti. Fino a delineare un partito non in piena salute, come sottolineano i due sfidanti. Non sembra impensierirsene il gruppone renziano, finora largamente maggioritario. Però non trionfatore, nonostante il suo controllo quasi totale dell’Assemblea nazionale e delle federazioni regionali. E forse portatore di un nuovo "meno siamo meglio stiamo". Comunque vadano le cose, il pd sarà molto diverso dal passato. "Il Pd è stata una storia di tante persone, – ha affermato Letta – non è il comitato elettorale di un capo". Ora da partito in qualche misura plurale, in cui hanno convissuto anime diverse, si avvia ad essere una forza con una voce sola. Il Pd sarà comunque più debole nel confronto con gli altri partiti anche a causa della minore forza determinata dalla scissione. E senza contare ulteriori abbandoni elettorali. Possibili a causa della sterzata al centro del Pd renziano. Già si delineano alcune alleanze. La lista civica a Palermo fra Pd, alfaniani e fuoriusciti udc a sostegno del sindaco Orlando è un segnale di rilievo nazionale. A metà tra il trasformismo politico e la prefigurazione di nuove maggioranze. Tuttavia, è sul piano del patrimonio identitario che il Pd renziano rischia di essere solo una formazione neo-dorotea. Sostenuta unicamente dalla gestione del potere, finchè dura, ma in prospettiva perdente. E già sorpassata nei sondaggi da parte del M5S, che Renzi accusa di ogni nefandezza, benchè proprio lui si sia mostrato da premier più propenso ad assecondare in modo confuso le spinte populiste che a governarle. Nonostante le apparenze, insomma, tutto rischia di diventare più difficile per la nuova leadership.La mancanza da parte di Renzi di una visione complessiva dei problemi strategici del Paese e la sua incapacità di cambiare idee e condotte politiche rischiano poi di essere due ulteriori fattori di difficoltà per il Pd. In un tempo di crescenti disuguaglianze, la consolidata caratterizzazione del pd come vicino ai tradizionali poteri forti rischia di rappresentare un handicap che qualche rapida visita alle realtà operaie da parte di Renzi non può far dimenticare. Inoltre, La sua politica dei piccoli sussidi ha dimostrato tutta la sua insufficienza. Infatti le vaste praterie sul versante del centro-destra finora immaginate dalla strategia renziana (se mai ve ne è stata una, al di là della "rottamazione" dei concorrenti) non si sono dimostrate percorribili. E ora il fattore tempo non gioca a suo favore. Da una parte l’effetto-oblìo, aggravato dal gradimento di Gemtiloni e dall’emergere di ministri come Minniti. Dall’altra, il monito di Mattarella, che senza nuova legge elettorale non si potrà andare alle urne prima del 2018. Per Renzi, un incubo.
edito dal Quotidiano del Sud