Corsa ad ostacoli per Giuseppe Conte

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Com’era prevedibile, l’ascesa di Giuseppe Conte alla guida del Movimento 5 Stelle è irta di ostacoli al punto da ingenerare il sospetto che alla fine non se ne faccia nulla. Già nelle scorse settimane l’ex presidente del Consiglio aveva dovuto ingaggiare un duro braccio di ferro con Davide Casaleggio per ottenere il controllo dell’archivio degli iscritti (una partita non ancora chiusa definitivamente); poi aveva sperimentato la resistenza dei gruppi parlamentari a sottomettersi alla leadership sua e della squadra che si porta dietro, con in testa l’ingombrante Rocco Casalino, mal sopportato dagli eletti di Camera e Senato. Ed ecco, negli ultimi giorni, lo scontro più duro, quello col fondatore dei Movimento, che non vuole assolutamente perdere il controllo della sua creatura, e dal suo punto di vista non ha torto perché senza l’intuizione e la spinta originaria di Beppe Grillo il Movimento non sarebbe mai nato e lo stesso Conte sarebbe rimasto ai suoi impegni accademici e al suo studio legale.

Fra Grillo e Conte l’oggetto del contendere è il nuovo statuto del soggetto politico, concepito dal primo come un non-partito e che il secondo vorrebbe via via trasformare in una formazione politica classica, con una gerarchia, una segreteria, un vertice, un capo politico. Un’architettura più o meno tradizionale, nella quale al fondatore (o, come preferisce oggi farsi chiamare, all’elevato) resterebbe un ruolo poco più che rappresentativo se non proprio decorativo. L’ambizione del professore, per due volte chiamato dal nulla a guidare un governo, è comprensibile: vorrebbe definitivamente sganciarsi dalle tutele cui è stato sottoposto e agire in prima persona con il peso che gli deriverebbe dall’esperienza maturata negli anni e il carisma che nasce dalla consistenza numerica dei gruppi pentastellati in Parlamento. Questo obiettivo però è ancora lontano dal realizzarsi, e lo stesso prestigio che fino a ieri circondava la sua figura tende a logorarsi nelle beghe di una defatigante trattativa per affermare la propria autorità. Da una parte c’è il vecchio capo politico Luigi Di Maio, ancora molto apprezzato da Grillo, che non manca occasione per intervenire nel dibattito politico, ben al di là del suo ruolo di ministro degli Esteri, con interviste e prese di posizione che mettono in ombra l’ex capo del Governo; dall’altra lo stesso Grillo che in questi giorni è calato a Roma per stracciare pubblicamente il nuovo statuto del Movimento che avrebbe dovuto cristallizzare la catena di comando: Conte a capo del partito, Grillo sullo sfondo.

Nella politica italiana, e non solo in politica, parabole come quella immaginata da Giuseppe Conte non sono una novità, ma questa volta c’è un fatto inedito: il fondatore destinato al pensionamento non ci sta e pare che abbia buoni argomenti per non cedere il campo. Li ha fatti valere incontrando deputati e senatori e trattando, a distanza, il pretendente alla stregua di un giovanotto di buona volontà che però deve ancora crescere, studiare, imparare. Poi ha sbattuto la porta ed è tornato a Genova. L’altro, l’ex premier, ha masticato amaro e ha fatto correre la voce che a questo punto sarebbe pronto a ritirarsi. Il fantasma della fondazione di un “suo” partito sembra ormai allontanarsi sullo sfondo, anche se non manca chi ci sta ancora pensando; ma certo una rinuncia di Giuseppe Conte scatenerebbe un putiferio nel Movimento, con ripercussioni anche sul governo. Partita ancora aperta, dall’esito incerto.

di Guido Bossa