Cosa nasconde il “referendum” su Foti

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Il tema dominante della campagna elettorale per l’elezione del nuovo sindaco di Avellino finirà per ridursi ad un unico e non strepitoso argomento: le condizioni ritenute disastrose in cui Paolo Foti lascia la città dopo cinque anni, bastano e avanzano per legittimare chiunque si proponga come suo successore. Sarà anche improbabile che gli avellinesi rimpiangeranno il sindaco uscente, ma a meno di quaranta giorni dal voto c’è poco da stare allegri se come sembra sarà questo il mainstream che dominerà le prossime settimane. E’ di un referendum su Foti che Avellino oggi ha bisogno?

Utilizzare gli elettori come giudici popolari per condannare il passato è il paravento dietro il quale la politica da tempo nasconde l’inconsistenza della proposta, come dimostrano gli accenni programmatici che circolano. Capisci al volo che un’idea centrale intorno alla quale far crescere e muovere la città nuova che tutti rivendicano, non c’è. A meno di non ritenere che la fine delle incompiute, c’è forse chi si oppone?, il solito trasferimento ad Avellino di alcuni corsi universitari, le solite bici elettriche da incentivare e via elencando, rappresentino le fondamenta dei nuovi vari corsi. L’idea di città nuova è un progetto urbanistico, da cui invece tutti si tengono lontani; l’indirizzo culturale che rende viva e partecipe una comunità; l’autorevolezza e dunque la credibilità per guidare la ricucitura del territorio che con l’Area Vasta offre grandi opportunità soprattutto per le politiche ambientali. Così pensando e altro facendo recuperi seriamente il giudizio sul passato che, per stare a Foti, lascia comunque ampi margini di ambiguità da far ritenere, come spesso ha osservato il direttore di questo giornale, impraticabile la possibilità di un verdetto attendibile tanti e tali sarebbero stati gli ingombri che ne avrebbero ostacolato la mai? decollata azione. Il successore di Foti non troverà una tabula rasa e, finita la campagna elettorale, si accorgerà dal giorno stesso dell’insediamento che dovrà misurarsi più che con i lasciti ereditati con il futuro, che non si fa governare dalle banalità. A Paolo Foti va iscritto il merito del disinteresse personale nella gestione della cosa pubblica, che di questi tempi non è poco. Il demerito sta nell’altra faccia della stessa medaglia: questo tratto distintivo è rimasto confinato alla persona senza mai di fatto essere utilizzato per mettere anche con le spalle al muro la copiosa disonestà intellettuale, sorvoliamo così, con cui è stato ripagato dalla sua maggioranza e dal suo stesso partito. Questa disconnessione è stata colta dalla (popolare) ermeneutica, un parolone per dire della interpretazione dei fatti che alla fine prevale, ha generato la diffusa e anche pregiudiziale ostile percezione di una condotta all’insegna della sinecura a cui Foti avrebbe votato la sua responsabilità pubblica. Come quegli ecclesiastici esentati dal non avere “obblighi di uffizi e di cura di anime”, la sinecura appunto, non ha colto il solco e le tante trincee della realtà che giorno dopo giorno si aprivano nel rapporto con la città e se lo ha colto ha ritenuto che la datata allure democristiana potesse fronteggiarli. Caratterialmente e politicamente ci ha messo del suo, complice un carattere spigoloso che forse il mancato “bagno” delle primarie ha reso nell’esercizio della funzione pubblica ancor più appuntito, irritabile e suscettibile. Caratteristiche che in politica possono diventare anche punti di forza ma Foti, quando c’è stata occasione ha sbagliato toni e tempi. Su due vicende in particolare, la sua voce non è stata all’altezza dello spartito che la cronaca nero-grigia aveva scritto su Acs e Teatro: ha cominciato in falsetto ed ha concluso col do di petto. Avesse fatto il contrario, avrebbe persino trovato un valido motivo per ricandidarsi.