Crisi dei partiti e trionfo del populismo

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Non siamo ancora usciti dalla crisi più lunga della storia e che ha colpito l’Italia più delle altre nazioni. Quella del ’29 fu superata perché i protagonisti della politica mondiale, seppero superare le divisioni nazionali e mettere in atto le teorie keynesiane che si rivelarono vincenti. Quella di oggi, che vede l’Europa particolarmente divisa ed in difficoltà, non accenna – soprattutto in Italia- a diminuire perché non si aggrediscono le cause vere, sulla natura delle quali non si è affatto concordi. La crisi italiana è una crisi di sistema che è cominciata da lontano e, per aggredirla, si vogliono usare i soliti “pannicelli caldi” invece di fare piazza pulita di privilegi, indennità e interessi particolaristici. Secondo un recente sondaggio il 53% degli italiani ritiene che il sistema nel suo complesso (giustizia sociale, speranza di miglioramento nel futuro, senso di fiducia) non funzioni e il 72% ritiene che abbia fallito. Da vent’anni si parla di riforme e si è creduto che assecondare la globalizzazione nella forma di finanziarizzazione che si è sviluppata e nella drastica riduzione del costo del lavoro, dei diritti connessi e del progressivo svilimento dello stato sociale, avrebbe permesso la crescita dell’economia ed un maggiore benessere collettivo. Tutte le riforme sono state fatte in questa direzione e si è tentato – per ben due volte- di modificare la mostra Costituzione al fine di assicurare una direzione della politica e dell’economia sottratta alle “pastoie” del Parlamento e di consentire al leader di turno piena ed incontrollata libertà d’azione. Il popolo, su indicazione delle forze più culturalmente e politicamente avanzate, ha bocciato il progetto. Si continua a sottovalutare che la crisi del sistema e la montante diffidenza verso la politica dipendono innanzitutto dalla crisi dei partiti connessa alla moralità pubblica, alla corruzione e all’intreccio perverso tra la politica, affarismo e criminalità. Lo aveva intuito e denunciato, in epoca non sospetta, Enrico Berlinguer che aveva indicato nella questione morale e nella crisi dei partiti il punto nodale della crisi della politica. “I partiti -diceva- non fanno più politica … hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia”. Non avrebbe potuto mai immaginare che, invece di porvi rimedio, si sarebbe andati ancora molto più avanti e i partiti sarebbero diventati sempre di più macchine di potere, di clientele e avrebbero finito per occupare tutte le istituzioni centrali e periferiche. Nel 2013 fallisce il tentativo di Prodi e Berlusconi, di dar luogo ad un bipolarismo più funzionale all’azione politica e viene sostituito da un tripolarismo in cui PD, concentrazione di destra e M5S ottengono consensi equivalenti e si attestano su posizioni sempre più personali e populistiche. Lo storico Massimo Salvadori, nel suo libro “Storia d’Italia – Crisi di regime e crisi di sistema – 1861 – 2013” edito dal Mulino, scrive: “I partiti appaiono boccheggianti, impoveriti, ma si dovrebbe dire immeschiniti fino all’esaurimento. Essi non sono più portatori di ideologie, intese a legittimarli, di progetti di società e di culture politiche capaci di esprimerli, organizzatori di grandi interessi e veicoli attivi delle diverse concezioni della vita, come erano stati i partiti che hanno accompagnato la storia d’Italia del novecento e non sono neppure partiti dichiaratamente e consapevolmente post- ideologici orientati verso una pur prosaica ma efficiente amministrazione della società in una competizione non “drammatica” tra loro per la conquista del consenso elettorale. Sono piuttosto il prodotto di un amalgama spurio e contraddittorio”. Sono diventati un’oligarchia di gruppi dirigenti con spinte populistiche, condizionati dai sondaggi e guidati da leader che sanno usare i media e la tecnologia più avanzata, che impropriamente fanno una guerra ideologica contro gli avversari, sbandierano riforme costituzionali per coprire interessi particolaristici e di mantenimento del potere e che hanno perso ogni senso di etica e di morale pubblica. Le ultime vicende, dal salvataggio del sen. Minzolini e del Ministro Lotti alla faccenda Consip, sono la prova provata del punto di caduta del sistema, che sembra inarrestabile e che, probabilmente, favorirà il trionfo del M5S. Renzi ha clamorosamente fallito nell’annunciata palingenesi della politica che, con la rottamazione, avrebbe dovuto riformare innanzitutto i partiti, riportandoli nell’alveo della Costituzione quali soggetti finalizzati a “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” e non ad occupare le Istituzioni. Non lo ha fatto e, pare, non averne alcuna intenzione.
edito dal Quotidiano del Sud