Crisi di governo nel Regno Unito. Intervista all’On. Ungaro (Italia Viva)

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British Prime Minister Boris Johnson waits for the start of a round table meeting at a NATO summit in Madrid, Spain on Wednesday, June 29, 2022. North Atlantic Treaty Organization heads of state will meet for a NATO summit in Madrid from Tuesday through Thursday. (AP Photo/Bernat Armangue)

Di Matteo Galasso

Dopo aver vinto con un ampio distacco sulla sinistra nel 2019, Boris Johnson si è dimesso nel luglio 2022 dopo essere stato coinvolto in una serie di scandali che ne hanno fortemente compromesso la credibilità. Dopo una gestione lodevole della campagna vaccinale anti Covid, che ha reso il premier britannico un esempio di leadership globale, viene ora allo scoperto la debolezza della classe dirigente inglese post Brexit. L’uscita dall’Ue ha di fatto reso il Paese meno appetibile agli investimenti e più difficile da raggiungere per nuovi lavoratori qualificati stranieri, portando ad un aumento dell’inflazione ed avviandolo a periodi di contrazione economica e recessione: l’economia britannica è ormai tra le più deboli del G7 ed è stata ampiamente superata da quella francese e tedesca. Con il deputato Massimo Ungaro, eletto nella circoscrizione estero e residente proprio a Londra, abbiamo ripercorso insieme le tappe che hanno portato alla caduta di Johnson, provando a delineare uno scenario futuro per il Paese.

 

Ungaro, per quanto positiva da un punto di vista politico, la caduta del primo ministro Johnson evidenzia lo stato di precarietà nel quale versa la classe dirigente britannica post-Brexit. Come si è giunti a questa situazione? 

Ci sono stati cambiamenti importanti nello scenario politico britannico: è evidente un’ascesa del populismo e del nazionalismo che hanno causato e sono stati causati dalla Brexit. Alle elezioni del 2019, grazie alla sua campagna per portare a termine l’uscita del Paese dall’Ue, Let’s get Brexit done, Johnson ha vinto in collegi dove i conservatori mai avevano vinto: il famoso Red Wall, ovvero la zona delle Midlands, del nord di Manchester e del nord-est del Paese, ex distretto industriale, dove, anche se storici elettori di sinistra, volevano far uscire il Paese dal limbo che si era creato all’inizio delle trattative con l’Ue. Questo risultato ha spostato i conservatori su un’asse di austerità, finanza pubblica inutile e tasse basse, sconvolgendo l’ideologia e obbligando il partito laburista a placare la sua retorica pro-europea. In sostanza l’elemento principale è stato l’aumento delle diseguaglianze, che ha portato la dialettica politica inglese a dare la colpa all’Ue, così come per l’emigrazione.

 

L’economia inglese è ormai tra le più deboli del G7: sotto quali aspetti la crisi economica legata proprio all’uscita dall’Ue e al malgoverno, spesso negata dai media Britannici, sta maggiormente danneggiando il tessuto sociale del Paese? 

L’inflazione, pur essendo un fenomeno globale, nel Regno Unito è ancora più forte. Questo perché con il nuovo regime per l’immigrazione, per i lavoratori non qualificati è ancora più difficile recarsi sull’isola e trovare lavoro e questo ha creato, sì, aumenti salariali, ma una grande scarsità di manodopera, che ha fatto aumentare l’inflazione. A questo si aggiunge anche il problema energetico che l’intero continente sta sperimentando. La Brexit ha creato disguidi sul quadro regolamentare e spinto tante aziende del settore finanziario e dei servizi a tornare sul Continente: il PIL ad aprile è andato in contrazione ed aumenteranno i tassi di interesse che creeranno una recessione.

 

Pur avendo vinto con una maggioranza assoluta le elezioni e governando ininterrottamente da 12 anni, il partito Conservatore non sembra aver risolto i problemi principali del Paese: sono più di due milioni gli inglesi che saltano un pasto a causa della crisi. A cosa attribuisce la causa della recessione cui si arriverà nei prossimi mesi? 

La recessione arriverà entro dicembre, ma, sostanzialmente, lo shock esogeno dell’aumento dei prezzi energetici e l’inflazione in generale stanno creando una contrazione della domanda. Dall’altro lato, l’inflazione è causata da fattori endogeni, come quello del mercato del lavoro e ai minori investimenti, dovuti alle incertezze regolamentari del Paese e al fatto che non faccia più parte dell’Ue.

 

Johnson ha acquistato popolarità anche oltre la Manica, dopo aver portato a termine il non facile compito di formalizzare la Brexit, dimostrandosi in più occasioni precursore di posizioni in seguito adottate dall’Ue, come la campagna vaccinale contro il Covid, che per molto tempo ha rappresentato un modello da seguire anche in Italia o le riaperture. Efficienza o propaganda? 

Entrambe, ma non sono d’accordo con questa visione: all’inizio la questione del Covid è stata decisamente sottovalutata da Johnson, che non ci credeva. Addirittura ricordo gli appelli all’immunità di gregge, per poi assumere un imbarazzante cambio di posizione. Gli va riconosciuta l’efficienza logistica adottata per la campagna vaccinale, ma si è riaperto troppo presto. Alla fine ha conseguito discreti ma accettabili risultati per quanto riguarda la crisi pandemica.

 

Alla fine, però, il numero 10 di Downing Street ha finito per essere spesso nell’occhio del ciclone, dopo una serie di scandali che hanno coinvolto il premier, come il PartyGate e l’ultimo, legato alla figura di Pincher. Questa situazione non è sicuramente nuova agli italiani, ma rivela una forte inattenzione rispetto all’integrità morale della politica. 

La questione morale non è legata alla politica: bisogna interrogarsi sul comportamento dei singoli. Dopo l’ennesimo scandalo si è messo in evidenza il fatto che Johnson non sia una persona onesta, ma che stia mentendo. Come europeisti abbiamo già messo in luce il fatto che avesse mentito durante la campagna della Brexit, quando raccontava che il Regno Unito mandava a Bruxelles 350 milioni di euro invece che investirli nel Servizio Sanitario Nazionale. Anche i suoi collaboratori, però, hanno assunto questo atteggiamento dopo che aveva inizialmente negato di aver festeggiato, smentendo le accuse del party Gate – per poi dover ammettere la verità dopo la pubblicazione di foto che lo ritraevano brindare mentre imponeva il lockdown al resto del Paese – oppure dopo aver sostenuto di non essere a conoscenza dei comportamenti scomposti e delle molestie a sfondo sessuale da parte di Pincher, che aveva nominato vice-capogruppo del partito conservatore, per poi essere nuovamente smentito dai fatti, scusandosi con leggerezza.

 

I conservatori che hanno sfiduciato Johnson hanno annunciato che il nuovo candidato sarà annunciato entro il 5 settembre. Quali sono le sue previsioni? Non crede che questi mesi di stallo non possano danneggiare ulteriormente il Paese? 

Nel Regno Unito, sicuramente, un governo fragile può perdere forza, ma dipende tutto dal nuovo esecutivo. Johnson è stato peggio anche della May, a sua volta peggio di Cameron. Se la Truss, attuale Ministra degli Esteri, o altri esponenti dell’ala destra reazionaria ed antieuropeista salisse al potere, potrebbe essere anche peggio di Johnson, che, pur essendo un opportunista, era pragmatico. Se salirà al potere Sunak, Ministro delle finanze e più moderato di Johnson, sarà meglio per Italia ed Europa. Il ballottaggio richiederà un voto degli iscritti.

 

Non crede che la debolezza della classe dirigente inglese possa aprire la strada a un processo secessionista in Irlanda del nord e Scozia, dove una rottura con Londra sembra essersi concretizzata a seguito della Brexit? 

È possibile che in Scozia ci sarà un referendum, anche se non a breve, perché ci vuole il consenso di Londra che al momento ha trazione conservatrice. I presupposti ci sono, come la volontà di far parte dell’Ue. C’è già stato un referendum, in passato, che ha visto la sconfitta del sì. In Galles non si parla di indipendenza, mentre nel nord dell’Irlanda la situazione è delicata perché c’è un intollerabile e scellerata intenzione del partito conservatore di rinnegare unilateralmente il protocollo Ue sul confine con la Repubblica d’Irlanda, che sarebbe una violazione del principio Pacta Servanda e del diritto internazionale molto grave, che peggiorerebbe le relazioni tra le due parti in maniera gratuita e creerebbe tensioni secessioniste. Il principio di salvaguardare una frontiera non fisica e rispettare gli accordi del Venerdì Santo è importante sia dalla parte europea che da quella britannica, quindi spero che non ci saranno nuovi disordini.

 

Neanche Keir Starmer, leader del Labour Party, primo partito di opposizione, mette più in discussione la collocazione del Regno Unito fuori dall’Ue, non certo proponendo alcuni avvicinamenti, come la rimozione di barriere commerciali e di viaggio. Questo rende la Brexit una condizione irreversibile? 

Sì, l’elettorato è stufo di parlare di Brexit, dibattito che ha monopolizzato la politica britannica negli ultimi sei anni e vuole andare ora avanti: molti hanno votato Johnson solo perché ha concluso questo processo. Capisco questa esigenza della sinistra, ma la posizione laburista è sicuramente tattica e volta a recuperare i voti persi nel Red Wall. In termini strategici credo torneranno sui loro passi ma non a breve termine, entro cinque anni. Rimango convinto che la Brexit sia stato un grave errore e sono sicuro che i britannici se ne renderanno conto: entro due generazioni comprenderanno che la loro prosperità non è aumentata fuori dall’Unione Europea.

Ma, statisticamente parlando, in che modo la caduta di questo governo e un’eventuale sconfitta dei Tories alle prossime elezioni politiche avvantaggerebbe l’Europa? 

I governi che spingono a una linea di raffreddamento e intransigenza verso l’Europa sono dei Tories, soprattutto della corrente più radicale European Research Group, che ora sostiene la Truss. Gli altri partiti, come i laburisti e i liberaldemocratici si comportano differentemente. Per un rapporto più cordiale serve che almeno le fazioni più estremiste dei conservatori perdano, perché quelle più moderate, come One Nation, manterrebbero meglio i rapporti.

 

Nonostante sia stato più spesso associato a Trump che a Biden, l’attuale Presidente degli Stati Uniti segue con apprensione la crisi e teme di perdere un importante alleato in Europa. Qual è la sua idea? 

Secondo me tra Biden e Johnson non c’è stata intesa, al di là del legame particolare e di allineamento tra Usa e Uk. Biden vuole che Ue e Regno Unito abbiano un buon rapporto, che si stabilizzi la questione del Nord Irlanda e quindi l’interesse che vinca un premier meno vicino a Trump, quindi non gli dispiace questo cambio di leadership.

 

Un aspetto su cui classe politica del Regno Unito ed Europa si trovano spesso concordi è il supporto incondizionato alla causa dell’Ucraina. Boris ha, infatti, assunto posizioni decise, se non radicali sulla questione, spesso più vicine a Polonia ed Europa dell’Est che a quella Occidentale. Come giudica questa posizione?

Niente di sorprendente. I rapporti tra Londra, rispetto a quelli di Berlino o Parigi, sono sempre stati più freddi con Mosca. Il Regno Unito si trova su un’isola e sono più impermeabili economicamente dalla Russia, mentre noi continentali, che ci piaccia o meno, dobbiamo convivere coi russi. D’altra parte, la dipendenza energetica di Italia e Germania è ben più forte di quella che hanno Francia e Regno Unito, grazie alle centrali nucleari. Politicamente, dagli anni 90, abbiamo pensato che, con l’interdipendenza economica e l’avvicinamento dei rapporti commerciali con la Russia, abbiamo influenzato la loro politica e promosso un avvicinamento alla democrazia e all’occidente. Prendiamo atto che non è più così e siamo intransigenti nei confronti dell’invasione sull’Ucraina, ma storicamente abbiamo una tendenza storica al dialogo con Mosca. A Londra ci sono innumerevoli oligarchi russi che trovano rifugio. La politica inglese è infatti talvolta finanziata anche da queste figure.