Da Wagna a Trieste, il coraggio delle donne contro ogni violenza

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E’ nell’intreccio tra grande storia, fatta di esodi e deportazioni e destini individuali, segnati da sacrifici, sofferenze e straordinarie reti di solidarietà una delle chiavi di lettura del prezioso romanzo di Gaetana Aufiero “Anita e Nora, due donne in fuga”, Delta 3 edizioni. Protagoniste due figure femminili, profondamente diverse tra loro ma capaci di diventare l’uno il riferimento dell’altra, al di là di ogni pregiudizio etnico, nella drammatica esperienza vissuta in un campo di internamento. Una vicenda, quella di Anita e Nora, che si svolge in una terra di confine, quella del litorale adriatico, dilaniata da conflitti etnici, divisa tra Austria e Italia in un arco di tempo che attraversa la prima e la seconda guerra mondiale. “Il confine di cui si parla nel romanzo – scrive Franco Festa nella prefazione – diventa allora il luogo di pulsioni, di istinti irrefrenabili mai spariti, che hanno trovato più tardi nella guerra che ha sconvolto l’ex Jugoslavia il loro brodo feroce di cultura e che continuano a covare sotto la cenere. Dentro il fuoco dei nazionalismi la vita delle persone diventa quasi sempre un dettaglio: la norma è la violenza, la deportazione, l’eccidio, la creazione di campi di concentramento o l’emigrazione forzata o la scelta di restare”.
Eppure ad emergere è “una delicatezza sentimentale – prosegue Festa – che ci riporta alla mente Anna Frank, che nel suo diario narra l’orrore ma non se ne fa travolgere, che racconta il terribile presente ma non se ne fa sgomentare”. Scopriamo così la storia di Anita, moglie di un istriano irredento fuggito in Italia per combattere contro l’Impero prima che la guerra fosse dichiarata dall’Italia e diuna ragazzina slava, Nora, figlia della donna che si occupava delle pulizie in casa sua, uno dei tanti profughi allontanati per disposizioni dal governo asburgico. Si ritroveranno su uno dei vagoni che conducono al campo di Wagna, un lager costruito dall’Impero Austro Ungarico, entrambe deportate: Anita perchè accusata di tradimento, Nora a causa della sua origine etnica, ancora più sola e spaurita dopo la scomparsa della madre. Sarà proprio l’esperienza nel campo ad unirle profondamente, poichè in quella prigionia riusciranno a costruire, malgrado paure e sofferenze, una piccola comunità, prendendosi cura degli orfani e dei feriti, trasmettendo a quei piccoli la passione per il canto, fino ad allestire un vero concerto per la principessa in visita al campo. Giorni segnati dal freddo, dalla paura, dalla fame ma confortati dalla presenza della piccola Nora, diventata sua preziosa alleata nel tentativo di sopravvivere.
Aufiero ci ricorda in questo modo le terribili condizioni in cui furono costretti a vivere milioni di civili deportati verso l’interno dell’Impero. Erano uomini e donne di nazionalità italiana, slovena croata e tedesca, anche semplici maestre segnalate dai parroci per le loro idee sospette.
Nel novembre del 1916 risultavano presenti a Wagna 18.334 profughi, in prevalenza italiani reclusi in 120 baracche. Un percorso quello di Anita che la vedrà crescere e cambiare, acquisire una nuova consapevolezza di sè e della vita che vuole per sè, non più donna ingenua, il cui orizzonte finisce con la sua musica. “Non può, non deve fargli capire dirà a sè stessa interrogandosi su cosa scrivere al marito, anche lui prigioniero – che l’Anita di oggi è una donna profondamente diversa da quella del passato. Una donna che non comprende più il perchè di tante guerre tra uomini vicini per storia, cultura, una donna che ha scoperto dolorosamente di essere legata profondamente ad un altro uomo, ad un nemico, anche se questo non le impedisce di amare il padre dei suoi figli”. Anita cercherà disperatamente di avere notizie di Nora alla fine della guerra e insieme a lei di Alfred, il direttore d’orchestra che ha ritrovato nel campo tra gli ufficiali austriaci, i nemici ma ha imparato ad amare.
“Una presenza nella sua vita che non l’ha mai abbandonata, un rifugio, un luogo segreto della sua mente nel quale essere davvero libera e felice e senza condizionamenti, silenzi, ipocrisie”. Allo stesso modo anche Nora andrà alla ricerca di Anita per consegnarle il violino di uno dei bimbi del campo ma riusciranno a ritrovarsi solo dopo 30 anni, cambiate ma più unite che mai.
Una storia che si intreccia con quella dei rastrellamenti che caratterizzeranno la Venezia Giulia e la Slovenia ad opera dei titini, l’occupazione militare dei tedeschi di Trieste e i tanti conflitti che continueranno a dilaniare i territori. “Di questo terribile snodo storico – spiega Aufiero – restano numerosi documenti e testimonianze raccolte da una straordinaria figura di studioso e ricercatore, Diego De Henriquez, un collezionista triestino la cui vita si spense misteriosamente nel 1974, nel rogo del magazzino di via San Maurizio in pieno centro a Trieste. Un omicidio ad opera di ignoti mirato a cancellare con molti documenti anche uno scomodo testimone del passato, come hanno ventilato recenti inchieste giudiziarie aperte sulla sua tragica fine”. Ha ragione Anna Maria Zaccaria quando sottolinea come “Dentro la storia inventata di Anita e Nora emergono storie reali di città (Trieste, Dresda, Vienna), di luoghi (il teatro lirico, i campi di concentramento…), di identità perse, ritrovate, ricomposte sul palcoscenico di quella Grande Guerra che ha inesorabilmente segnato gli scenari mondiali. L’intreccio tra realtà e fantasia trova una congruenza ordinata, sicuramente esito di un lavoro lungo e accurato, capace di esaltare i particolari con minuziosa attenzione”. Toccante la dedica al fratello Sabato, che ha conosciuto bene queste terre e “che mi ha trasmesso il suo amore per il Carso e le sue creature vittime della storia”