Dai profughi al principio di libertà

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Nell’attuale momento di emergenza sociale determinata dalla sproporzione numerica dei profughi assegnati ad alcuni comuni della nostra provincia, il dibattito culturale e politico sulla complessa questione continua ad ignorare le novità legislative sul Terzo Settore contenute nella legge delega del 29 giugno 2016. E’ pur vero, frattanto, che i contenuti e le prospettive del dibattito legislativo necessariamente debbono trovare più concreta configurazione nel decreto attuativo, di competenza del Governo, documento non ancora approvato. In realtà la nuova legge delinea una novità fondamentale che afferma il principio secondo cui chi intende adoperarsi in vista del bene comune non deve attendere che qualcuno gli conceda l’autorizzazione; in sostanza siamo passati dal vecchio regime concessorio a quello del riconoscimento. Sulle implicanze concettuali del bene comune sono stati fatti sforzi e ricerche che, nella sostanza, dovevano fare i conti con il ginepario interpretativo del vecchio regime concessorio con la conseguente commistione di esperienze non sempre positive che hanno, non poche volte, opacizzato chi aveva tentato di operare, sul piano sociale, con buone finalità e trasparenza. Lo stesso concetto di privato sociale non trovava nell’alveo legislativo vigente il conforto della chiarezza e del necessario sostegno. In realtà la riforma prevede il rilancio dell’impresa sociale, ponendo come indicatore positivo di tale sviluppo la misurazione dell’impatto sociale, sul breve e lungo periodo, rispetto all’obiettivo individuato. In termini più chiari i progetti finanziabili non solo debbono contenere obiettivi chiari da raggiungere, ma debbono fare i conti con i contesti sociali e territoriali, nel medio e lungo periodo. Immaginiamo di calare tali meccanismi legislativi nella drammatica situazione degli immigrati e, necessariamente, dobbiamo ammettere la necessità e l’urgenza di una riconversione culturale e progettuale non solo all’interno dell’attuale Terzo Settore, ma nella sfera delle competenze istituzionali, attestate sui baluardi della burocrazia e dei tempi assurdi previsti dalla prassi ad essa connessa. È ora, dunque, di essere produttivi con una nuova qualità del lavoro, con una umanizzazione operosa e non solo caritatevole, con lo sviluppo di un autentico spirito cooperativistico e solidale. La riforma delineata esige la consapevolezza che essa, prima di essere tecnica ed organizzativa, deve essere culturale. In particolare le sfide poste dalla riforma sono almeno tre: il superamento della mentalità assistenzialistica, il riconoscimento del rischio anche all’imprenditore sociale, la fine di un pregiudizio normativo verso il settore dei deboli. È tempo, allora, di attuare la profezia del padre della culturale liberale, John Stuart Mill, quando sin dal 1852 vedeva nello sviluppo del movimento cooperativo il traguardo di nuovo lavoro e l’affermazione del principio della libertà.
edito dal Quotidiano del Sud