Dall’Irpinia all’Etno film fest la storia della straordinaria collezione fotografica custodita dal MAVI

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L’appuntamento è la sera del 31 maggio a Monselice, in provincia di Padova, nell’ambito della dodicesima edizione dell’ETNOFILMFest, festival pressoché unico a livello nazionale dedicato al cinema documentario etnografico e diretto dal regista e antropologo Fabio Gemo. L’edizione 2019 – che si apre oggi 30 maggio e si chiude il 2 giugno – è dedicata a Luigi Di Gianni, il grande documentarista scomparso il 10 maggio scorso che ha rappresentato nei suoi lavori il sud e collaborato con l’antropologo Ernesto De Martino.

Ed è un altro antropologo, lo statunitense Frank Cancian, a raccontare la propria esperienza del sud d’Italia nel documentario del romano Michele Citoni, “5×7 – il paese in una scatola” (montaggio di Roberto Mencherini), in concorso all’ETNOFILMFest insieme ad altri 9 titoli e in programma il 31 alle 22.15 nel complesso monumentale San Paolo di Monselice. Il mediometraggio di Citoni – prodotto in collaborazione con il MAVI Museo Antropologico Visivo Irpino e LaPilart – racconta la realizzazione delle 1801 foto di Frank Cancian a Lacedonia (Av) e la nascita del piccolo museo, promosso dalla Pro Loco “Gino Chicone”, che espone le foto e ne custodisce i negativi, e che attorno ad esse ha iniziato dal 2017 un programma di iniziative culturali insieme all’associazione LaPilart.

«Tutto nasce da un’esperienza giovanile di Cancian risalente al 1957», spiega il regista: «ancora ventiduenne e appena laureato, Frank prima di intraprendere gli studi specialistici in antropologia era un fotografo autodidatta e avrebbe voluto proseguire la carriera di fotografo documentario. Aveva già una grande sensibilità etnografica e, arrivato a Lacedonia quasi per caso, scattò nel corso di sette mesi queste bellissime fotografie raccontando molti aspetti della vita quotidiana di una comunità rurale nel pieno di un’epocale passaggio di trasformazione. Un patrimonio visivo straordinario che però è rimasto per decenni in una scatola, perché l’autore aveva poi deciso di percorrere un’altra strada professionale come antropologo economico, che lo portò a svolgere un trentennale lavoro sul campo in Messico. Alcuni lacedoniesi – prosegue Citoni – hanno riscoperto le 1801 fotografie quasi sessant’anni dopo e con la fondazione del MAVI ne hanno sancito il grande valore, che io penso risieda non solo nel loro carattere di testimonianza storico-antropologica ma anche nella loro qualità formale ed espressiva e nella possibilità di farne uno strumento per promuovere la cultura critica dell’immagine».