De Chiara e l’impegno per il Sud, nel ricordo di un uomo giusto

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Di Gerardo Troncone

Una sera di fine estate di metà anni Novanta ero in auto da solo, sulla variante di Avellino, all’altezza di San Tommaso. Pioveva, di quelle piogge intense dei giorni in cui muore l’Estate. Davanti a me un’auto frena di colpo, e sento il rumore sordo di un forte impatto. L’auto che l’ha travolto gli passa sopra procedendo nella sua corsa, e di colpo intravedo sull’asfalto contorcersi un grosso cane. Faccio appena in tempo a bloccare l’auto, i lampeggianti accesi, a pochi metri dall’animale morente. E’ un tratto di strada molto pericoloso, senza spartitraffico. Le auto procedono veloci, la forte pioggia e le ombre della notte che avanzava complicano le cose. E’ un grosso cane lupo, sanguina dalla bocca, ma si lascia accarezzare. Il suo corpo è scosso dagli spasimi ma trattiene ancora in sé la vita. Se non ci fosse la mia auto a ripararlo sarebbe maciullato da decine di ruote, come spesso capita di vedere su quella strada maledetta. Non posso certo lasciarlo così, da solo non riesco a spostarle, e ho anche paura di fargli più male. Ma neanche dovrei tenere l’auto in quella pericolosa posizione, restringendo la careggiata e creando un serio pericolo agli altri. Il tempo passa e il cane è sempre fermo lì, gli occhi aperti e vigili, il dolore alleviato da qualche carezza. Proprio non so che fare. Mi sento impotente e incapace. D’improvviso non sento più la pioggia arrivarmi addosso, e girandomi scorgo una figura minuta, inginocchiata al mio fianco, che regge un ombrello nero che nelle sue mani mi sembra immenso. Vestito di scuro, elegantissimo, la cravatta rossa. È già tutto inzuppato e i capelli lunghi e neri sono appiccicati sul volto, i baffetti sottili grondano acqua. Col grosso ombrello intanto pensa più a riparare il cane e me, che se stesso. “E chi poteva esseve, a quest’ova di notte in mezzo alle macchine a cavezzave un cane?” “Se lo vedessero così conciato, i suoi rivali, sai che bel comizio contro, gli farebbero”, mi vien da pensare. M’accorgo che una grossa macchina col lampeggiatore acceso si è intanto affiancata alla mia, bloccando il traffico nelle due direzioni. Sulla fiancata leggo la scritta della Regione Campania, e all’interno l’autista si dà da fare col il monumentale telefono di servizio, chiedendo soccorso. Passa ancora un po’ di tempo, continua a piovere, il buio è ora totale, ma ogni timore è fugato, resta solo da attendere un po’, stavolta pure sperando di aver cambiato un destino altrimenti già scritto. Il piccolo uomo col cuore grande è sempre lì, col suo grosso ombrello, a riparare il cane morente e anche me, finché non vediamo arrivare la auto della polizia, e poi un piccolo furgone bianco. Il cane viene avvolto in coperte, sollevato delicatamente, portato via. Verso un destino grazie al piccolo uomo di Solofra non si è concluso in quel posto e a quell’ora. “Ora vai a casa, che ti sei bagnato tutto” mi fa regalandomi uno dei suoi sorrisi. “Guarda che tu sei più bagnato di me, ti sei fatto nuovo nuovo. manco l’ombrello sai reggere”. “E tu manco l’ombrello ti porti, quando piove. Meno male che passavo da queste parti”. Ci abbracciamo fugacemente, e lo vedo sparire nel buio, inzuppato da capo a piedi. Lello De Chiara, allora Presidente in carica del Consiglio Regionale della Campania, non è dato sapere in quale Paradiso sia oggi, ma certo da qualche parte nel Mondo dei Giusti. Non è facile scrivere qualcosa per ricordare l’amico fraterno Lello De Chiara, scomparso oltre vent’anni fa. Ho scelto un episodio a caso, emblematico del suo altruismo totale e disinteressato, che emergeva in ogni circostanza e fuori da ogni calcolo. Non è semplice ripercorrere la carriera professionale di Lello De Chiara, costellata di grande evidenze scientifiche, che lo fanno approdare già nel 1978 alla docenza in Neurochirurgia presso la II Università di Medicina di Napoli, né quella politica, che lo hanno visto fra i grandi protagonisti dell’area socialista, con un’ascesa fulminea dalle sezioni locali della sua Solofra fino all’elezione a Presidente del Consiglio Regionale nel 1985. Ma il ricordo più vivido di Lello è quello che portano nel cuore i suoi tantissimi amici e compagni di partito, cui si aggiungono le generazioni di solofrani che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, e di quelle successive, che ne raccolgono e ritrasmettono il ricordo. In ognuno di noi scorrono magari disordinatamente, come i titoli finali di un film, i ricordi di Lello uomo, politico, amico, La sua totale disponibilità, in tutte le ore del giorno e su tutto il fronte molteplice di piccoli e grandi problemi. Quel luogo grande e aperto in cui aveva trasformato la casa comunale, dove riceveva tutti senza formalismi e come un padre, un fratello o un figlio. Quel luogo che ognuno vedeva faro di speranza, ove si accorreva per ottenere risposte e trovare soluzioni, e non porte chiuse di una fortezza sorda e impenetrabile. Le sue intuizioni sulla necessità di tutelare l’ambiente e sviluppare la cultura, come viatico del futuro delle giovani generazioni. L’auspicio di contemperare le esigenze di un’area industriale fra le più importanti del Paese con la salvaguardia e la sicurezza del territorio, abbinato alla ferma volontà di integrare altre realtà con la Solofra industriale, a cominciare dai Comuni limitrofi, in una sinergia votata a uno sviluppo a servizio di una più vasta comunità. Il suo modo di girare a piedi, a ogni ora, nella sua città, per scrutare il segno del più piccolo insorgente problema (dal pietrino spostato e dal tombino ostruito) o intercettare la più disperata delle situazioni personali. La sua adesione al socialismo riformista e democratico, e la sua convinta adesione al PSI, da lui ritenuto il “partito che maggiormente garantiva la trasformazione e la crescita della società senza il ricorso alle grandi rivoluzioni”. La sua autoironia, che lo faceva sorridere quando dal palco gli avversari lo qualificavano come un nano di Biancaneve, per la sua modesta altezza, lo deridevano per la cura ossessiva dei suoi baffetti, per la sua erre enfaticamente arrotondata. La sacralità della parola data. Il tono spesso acceso dei suoi confronti, che mai scadevano in odio verso gli avversari di turno. La sua infinita attenzione per il Mezzogiorno, che vedeva come grande inesauribile risorsa del Paese, non pretesto per piangersi addosso e ottenere sussidi. La sua ossessiva attenzione verso gli ultimi, cui concedeva quello di cui avevano vitale bisogno, quasi sempre attingendo alle personali disponibilità, ma guardandosi furtivo intorno per non farsi scorgere nell’atto del nobile gesto. Soprattutto, con Lello ancora sulla scena politica di questa terra, forse non avremmo quel grigiore senza speranza che oggi ci avvolge da ogni parte e ci ruba ogni speranza.