De Luca alla riconquista della Regione

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A settembre il governatore De Luca si candida per il secondo mandato. Negli ultimi mesi la sua popolarità era in calo e si discuteva, dentro e fuori il partito, se candidarlo o meno. I cinque stelle subordinavano una loro alleanza con il PD alla sua esclusione. Poi c’è stato i coronavirus e la sorte gli è stata favorevole. Fortunatamente, forse per il comportamento virtuoso dei napoletani o per il clima, nei quartieri popolari e sovraffollati di Forcella, Spaccanapoli e la Sanità non sono scoppiati focolai di contagio. Il resto l’ha fatto il suo linguaggio colorito e populista, le batture, le frasi ad effetto e l’essersi atteggiato a strenuo difensore dei campani contro “l’invasione! dei lombardi, motivi per i quali ha riconquistato la popolarità perduta, classificandosi nei sondaggi, tra i governatori che meglio hanno affrontato il Covid 19. E’ tornato in quota e nessuno l’ha più rimesso in discussione ed ora si prepara, da par suo, all’assalto alla diligenza, alleandosi con tutti quelli che gestiscono il potere in Campania: dai Mastella, ai De Mita, perfino ai De Magistris ed ad elementi ex F.I e con il peggio della vecchia DC. Deve solo vedersela con Caldoro, a capo di una coalizione di destra; ma i numeri sembrano giocare in suo favore. Eppure i problemi della Campania stanno sempre lì, irrisolti e ingigantiti dalla crisi economica seguita a quella sanitaria: il PIL che diminuisce drasticamente; la disoccupazione che avanza; la chiusura di molte aziende (da ultima la Whirpool); i rifiuti che stanno ancora sul territorio nonostante i piani di smaltimento che avrebbero dovuto azzerarli; le strutture per la loro lavorazione e riutilizzazione ancora sulla carta; i giovani che continuano ad emigrare e la camorra, il malaffare e la corruzione che si annidano anche in vicinanza delle Istituzioni; l’incapacità di utilizzare i fondi europei per l’assenza di progetti esecutivi, che dovranno essere restituiti alla Cee per il 70%. Tra le cose principali del mancato decollo del Sud, che vede accrescere il divario dal Centro Nord, è l’incapacità, l’incompetenza e, talvolta, la collusione tra la politica e l’affarismo, se non la criminalità con i colletti bianchi, che si aggira nei paraggi delle stanze del potere. De Luca non è riuscito a scalfire di un minimo una situazione di un degrado politico e culturale pauroso, consolidata da uno stallo istituzionale favorita da una burocrazia elefantiaca autoreferenziale e conservatrice dei propri privilegi e poco portata all’interesse generale, come la maggior parte della classe politica. Eppure è stato un ottimo sindaco di Salerno, rappresentante di quella stagione dei Sindaci che lo vide ai primi posti in Italia, per efficientismo e realizzazioni, insieme ai vari Cacciari a Venezia, Castellani a Torino, Bassolino a Napoli, Illy a Trieste, Bianco a Catania e Di Nunno ad Avellino. Di tutti questi, usciti dalla scena politica da tempo, è rimasto il solo a fare ancora politica allenando i figli a succedergli A Salerno ha, di fatto, esercitato i pieni poteri, sbarazzandosi, anche con metodi sbrigativi e rudi, dei propri avversari, compresi i sindacati, e incurante della magistratura, instaurando – come scrive Aurelio Musi nel suo volume “Due sindaci e un cardinale” (Pironti, 2002), il “metodo Salerno” caratterizzato dal cambiamento, dall’efficientismo e dal decisionismo all’insegna dell’“esaltazione del fare come misura della politica”. A Salerno c’è riuscito, a Napoli è fallito clamorosamente perché gli manca la stoffa del politico che riesce a mediare e a trovare soluzioni di compromesso ed è dovuto scendere – contro la sua inclinazione- a patti con i poteri forti subendone ii condizionamenti, la spartizione del potere e gli intralci di ogni tipo che ne hanno frenato il decisionismo e il l’efficientismo e molte realizzazioni sono rimaste sulla carta. Ora ci ritenta e non sarà la Ciarambino a dargli fastidio. Tutto dipenderà dai poteri forti, e non solo, che si stanno coalizzando con Caldoro, compreso l’UDC di Rotondi e Gargani, che sarà il vero avversario da battere. Chi vivrà, vedrà!

di Nino Lanzetta