Don Arturo abbraccia la città: pronto a fasciare le vostre ferite

Il saluto alla comunità: la chiesa fallisce se non intercetta la vita. Sono uno di voi

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«La fede non ha paura delle sfide della storia, è strettamente legata all’uomo». Lo sottolinea il vescovo di Avellino Arturo Aiello nell’abbracciare la città, confessa più volte di avere le mani tremanti nel ricevere la pastorale dalla guida della diocesi di Benevento Felice Accrocca, si affaccia al balcone di Palazzo Vescovile e saluta la gente, benedice il primo cittadino e la comunità che si è radunata in piazza. Non c’è la folla delle previsioni ma ci sono famiglie e tanti giovani che suonano e fanno festa per ingannare l’attesa, sotto un sole cocente più che mai. Il vescovo ribadisce più volte la propria gioia: «Comincia un cammino da compiere insieme. Questo saluto in piazza – spiega – non è meno solenne, poiché qui si incontrano uomini. Da oggi in poi le finestre di questo palazzo saranno illuminate, una luce che è simbolo di speranza, segno di Cristo che abita con noi”. Si dice orgoglioso di poter salutare la città, in una piazza che “è il salotto di Avellino, dove accanto al palazzo vescovile campeggiano edifici che accolgono le istituzioni cittadine. E’ la conferma che la Chiesa da sola non può farcela, deve lavorare in sinergia con le altre istituzioni. Del resto, noi tutti serviamo la comunità con modalità diverse”. A rendergli omaggio anche il sindaco e una comunità di fedeli di Teano, la diocesi che ha guidato fino a ieri. Ricorda una data che lo accomuna all’Irpinia «Il 23 novembre del 1980 che ha devastato questa terra, ha segnato anche la mia vita. Anche nella mia parrocchia ci furono morti ma non fecero notizia perché erano una decina. Eppure anche la morte di un solo uomo finisce con l’essere una perdita per l’universo. Il terremoto ci ricorda, però, che ci sono cose che sono più forti di qualsiasi distruzione, di qui la necessità di edificare fondamenta solide». Il primo ingresso nella diocesi lo ha fatto a Torelli di Mercogliano, accolto dal clero e dal sindaco Massimiliano Carullo, insieme con gli amministratori comunali, tra cui l’assessore Lucia Sbrescia. Il nuovo vescovo di Avellino, in arrivo da Teano, ha avuto modo di riprendersi dal viaggio, di ritemprarsi e cambiarsi d’abito, quindi un rapido incontro con il gruppo di fedeli presenti, mentre la città aspettava il suo arrivo. Il sindaco, nel suo saluto di benvenuto, ha posto subito l’attenzione sul centro per l’Autismo di Valle, «perché la città di Avellino possa dar vita alla struttura e alimentare la speranza concreta di 800 famiglie». Carullo ha ripreso le parole che il pastore ha usato per caratterizzare le prime tappe del suo mandato apostolico, quando ha citato Fabrizio De André, “Gioie e dolori hanno confini incerti”. Partire dagli ultimi, dalle persone in difficoltà, nella solidarietà: questi i primi tratti del breve incontro tra le due autorità, ricordando anche che la comunità «ha bisogno di un vescovo, un pastore, pronto a conoscere, incontrare, dialogare e condividere una parte del cammino». Nella giornata di oggi il vescovo incontrerà i sacerdoti della diocesi, domenica celebrerà la sua prima messa a San Michele di Serino. Anche se ufficialmente insediato nella diocesi avellinese, resta amministratore apostolico di Teano-Calvi. Da piazza Libertà la cerimonia si sposta al Duomo. Alla guida del corteo, accompagnato dal sindaco Paolo Foti, dal questore Luigi Botte, dall’amministratore diocesano don Enzo De Stefano, raggiunge la cattedrale. Tanti anche i sindaci della provincia che hanno voluto essere presenti, da Pratola Serra a Montefredane. Lungo il percorso è uno scrosciare di applausi, le file dei fedeli lo attendono davanti al Duomo. La chiesa è gremita, sono quasi 500 i fedeli, in prima fila le autorità, ci sono davvero tutti, Ciriaco De Mita, Giuseppe Gargani, Nicola Mancino, Maurizio Petracca, Enzo De Luca, Gianfranco Rotondi, rappresentanti delle forze dell’ordine. L’applauso più forte è per il cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, accanto a lui ci sono don Vito Todisco e don Vito Pinto, decani della Sacra Rota. Quindi l’ingresso solenne, accompagnato dai vescovi campani, tra loro anche l’ex vescovo Francesco Marino, la guida di Ariano don Sergio Melillo e l’abate di Montevergine Padre Riccardo Guariglia e dai parroci irpini. Don Enzo De Stefano ribadisce la gioia della comunità nell’accoglierlo, la presenza di un laicato impegnato, le sfide che attendono la diocesi, vere opportunità per una nuova evangelizzazione, dall’emigrazione dei giovani alla disoccupazione. Poi, è la volta della lettura della lettera apostolica di nomina da parte del Pontefice, il nome del nuovo vescovo risuona in chiesa e sono ancora applausi.

 

«Rivolgo gli occhi al monte che porta il nome della Vergine e ritrovo forza per compiere il servizio che mi è stato affidato». Il vescovo Arturo si racconta e insieme consegna la sua idea di Chiesa: «Non aspettatevi invettive da me, il compito del pastore è consolare il suo popolo, fasciare le piaghe. Attraverso la mia povera persona, Dio ci ricorda che ha cura di voi e delle vostre vite». Rende omaggio alla figura del vescovo Antonio Forte: «Ricevo idealmente questa pastorale da lui. Non dimenticherò mai la sua lezione di misericordia» e ricorda uno dei suoi modelli, Raffaele Pellecchia, «sacerdote irpino, diventato vescovo di Sorrento, un uomo umile e sapiente, che ha formato generazioni di sacerdoti. Ci esortava a percorrere vie nuove, a rischiare poiché anche se ci fossimo rotti la testa ci sarebbe stato il nostro vescovo a fasciarla». Pone l’accento sull’esigenza da parte della Chiesa di non perdere il legame con la realtà: «Se non intercettiamo la vita – spiega – stiamo fallendo». Lo fa partendo dal Vangelo di Marco, «E’ un Vangelo al femminile – spiega – le due donne protagoniste del testo, vinte dalla sofferenza, cercano di toccare il mantello di Gesù nella speranza di essere salvate. Troppo spesso la Chiesa non intercetta la vita, il suo pulsare con le sue gioie e i suoi dolori. Troppi giovani scelgono vie di morte mentre noi celebriamo le nostre liturgie, non ci preoccupiamo di essere ascoltati oppure no». Sottolinea la trepidazione e il desiderio di essere parte della comunità: «C’è in me la voglia di mescolarmi con la storia di questa Chiesa, di vivere con voi una stagione entusiasmante. Il Cristo che è in me chiede di parlare al Cristo che è in voi». Ricorda come abbia accolto la pastorale dal vescovo amico Accrocchia con mano tremante: «Oggi abbiamo paura di toccare e di lasciarci toccare. E questo vale anche per i nostri giovani, anche loro hanno paura di essere presi per mano, come cantava Battisti». E non sfugge a nessuno dopo l’omaggio a De Andrè del messaggio alla città , il richiamo a Battisti di “Pensieri e Parole” e infine dei “Giardini di marzo” quando si chiede “Che giorno è, che anno è”. Le sue parole colpiscono, don Arturo riprende più volta la metafora dei sensi, simbolo di condivisione: «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Prendete e naufragate, questo è il mio mare. Prendete e ascoltate, questa è la mia storia. Prendete e sedetevi, è la mia mensa». “A Maronna t’accumpagna” è l’augurio del cardinale Sepe.