Donare un libro per i malati oncologici, un progetto da sostenere

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Nella sala d’attesa del day hospital di Oncologia mia sorella, Antonia, ha trascorso lunghe ore della sua breve vita. “Questo è il purgatorio”, diceva. Bastava un’occhiata intorno per darle ragione: decine di persone nell’attesa estenuante di veder comparire sullo schermo il numero scritto sul proprio bigliettino.

È il purgatorio, pensavo io con la sensazione che fosse un pensiero comune, anche perché quei volti non le avremmo rivisti la volta successiva.

Al suo ingresso in sala, tutti la guardavano e si poteva indovinare facilmente cosa stessero pensando: “Così giovane, poverina”. Lei lo sapeva e stava testa alta, senza incrociare lo sguardo di nessuno.

Quello che le dava più fastidio di tutto era che la maggior parte delle persone trascorreva l’attesa confrontandosi sulla malattia e sulle terapie. “Io sono stata operata due volte”, “Io tre”, diceva l’altra, “Questa per me è la seconda chemio”, rincalzava la prima, in quella che a me e ad Antonia sembrava una sorta di gara a chi stesse peggio. Comprensibile quanto angosciante.

L’unica distrazione era la comparsa del carrello con i medicinali. Tutti, noi comprese, ci voltavamo non appena si incominciava ad avvertire quel rumore metallico, che rimbombava dal fondo del corridoio. Quel carrello era come un miraggio, il segnale che forse il proprio turno era arrivato, forse.

E poi? Una volta arrivato, dopo un momento di sollievo, ricominciava l’attesa. L’attesa di poter vedere il medico e la paura di quello che avrebbe detto, l’attesa per la preparazione del medicinale, l’attesa della fine della prima flebo e poi della seconda, l’attesa di avere abbastanza forze per alzarsi dal letto e finalmente uscire.

Antonia, per far fronte a questa attesa, portava sempre con sé un libro e delle cuffie, sempre tranne una volta. Quella volta dimenticò il libro a casa e il cellulare era quasi scarico. Ricordo che mi disse: “Certo che potrebbero mettere almeno dei libri qua”.

A sei mesi dalla sua scomparsa, desidero realizzare quello che lei avrebbe voluto per sé e per gli altri, per onorare la memoria e la lotta di Antonia De Angelis, mia sorella, morta di angiosarcoma mammario all’età di 25 anni.

Come?

Immagino una sala d’attesa con degli scaffali pieni di libri e riviste, immagino un ospedale più umano, più accogliente, un luogo dove le persone possano scambiarsi opinioni sul fatto del giorno, sfogliare un libro o semplicemente incuriosirsi: restringere lo spazio per i pensieri negativi e trasformare l’attesa in vita.

A questo progetto ho dato il nome di “Librarsi”. Ho scelto questa parola non solo per l’assonanza che ha con “libri”, ma perché il suo significato eraprofondamente caro ad Antonia. Leggera, si librava sulle sue scarpette di danza, volava con la fantasia per restare aggrappata alla vita.

E poi, questa frase è ancora attaccata al suo armadio, nella nostra camera, con la sua scrittura: “Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo.“ – Richard Bach, il Gabbiano Jonathan Livingston.

Basta poco, ma può fare la differenza. Vuoi aiutarmi?

Se desideri donare i tuoi libri, puoi consegnarli alla sede di CSV Irpinia Solidale, tutte le mattine dal lunedì al venerdì, a questo indirizzo: Corso Umberto, 109 – Avellino (tel. 0825 786 108). CSV raccoglierà i libri, creando un catalogo, e li consegnerà al reparto di Oncologia: riempiranno gli scaffali “Librarsi” destinati al Day Hospital e quelli della libreria già presente all’interno del reparto.
Per il momento puoi aiutarmi così, ma è solo l’inizio.
Grazie infinite per il sostegno.

Ada Maria De Angelis