Donne, la sfida di un welfare inclusivo

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E in questo anno le donne sono state strategiche, hanno tenuto insieme le reti familiari, dividendosi tra il carico di lavoro e i figli, hanno garantito sui posti di lavoro i servizi essenziali, dal settore sanitario a quello sociale, al terziario, alla cura.

Eppure sono proprio le donne che rischiano di pagare il prezzo più alto della crisi. Per la perdita del posto di lavoro, perché sono state licenziate, perché sono state costrette a scegliere tra lavorare o accudire la famiglia e i figli. E anche quando lavorano sono quelle più esposte. “La situazione femminile – ha dichiarato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nell’ambito della cerimonia al Quirinale per la Giornata internazionale della donna – si fa critica anche dal punto di vista sanitario. L’Inail ha messo in luce, in un recente studio, che quasi il 70 per cento dei contagi denunciati sui posti di lavoro riguarda le donne. Le categorie professionali delle contagiate riguardano soprattutto il settore sanitario”.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il raggiungimento del più alto standard di salute auspicabile è uno dei fondamentali diritti di ogni essere umano, senza distinzioni di genere, razze, religioni, credenze politiche e condizioni socioeconomiche. Ma la titolarità del diritto alla salute è uguale nelle donne e negli uomini? Come affermato dalla Conferenza mondiale delle donne di Pechino nel 1995, il godimento di questo diritto è vitale per la vita delle donne, il loro benessere e la loro abilità di partecipare in tutti i campi del pubblico e del privato. Tuttavia solo negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza della necessità di una medicina di genere. C’è invece un legame molto stretto tra le questioni legate alle pari opportunità, al contrasto alle discriminazioni e quelle attinenti alla salute sul lavoro. Sempre i dati sul Covid indicano che le donne, rispetto agli uomini, sono più contagiate, anche se presentano meno complicanze e hanno una minore mortalità, come testimoniato dalla mortalità degli uomini con meno di 65 anni che è doppia rispetto alle donne della medesima fascia di età, anche in assenza di complicanze. Quindi, oltre al calo vertiginoso dell’occupazione, emerge che le donne fanno più fatica a restare nel mondo del lavoro e risultano più esposte anche ai rischi per la salute.

In controtendenza rispetto al complesso degli infortuni sul lavoro, tra i quali i casi femminili si fermano al 36%, le lavoratrici sono le più colpite dai contagi professionali da Covid-19, come emerge dai dati del nuovo Dossier donne dell’Inail. Su 147.875 denunce pervenute alla data del 31 gennaio del 2021, infatti, ben 102.942 sono femminili, ossia circa 70 contagi professionali ogni 100.

Nel 2019 l’incidenza degli infortuni delle lavoratrici è stata particolarmente elevata nel settore dei servizi domestici e familiari (colf e badanti), con l’89,9% sul totale delle denunce del settore, seguito da sanità e assistenza sociale (74,2%) e dal confezionamento di articoli di abbigliamento (70,9%).

Senza considerare il cosiddetto “mobbing” o le discriminazioni in termini di parità salariale. Serve dunque incentivare l’occupazione femminile, garantire la parità salariale, ma serve un lavoro sicuro. E un lavoro sicuro significa anche qualità del rapporto di lavoro che deve essere stabile, dove il part time e lo Smart working devono essere una scelta volontaria. Un lavoro che tenga conto della necessità di rinforzare gli strumenti che devono agevolare la condivisione del lavoro di cura tra uomini e donne. E in grado di trovare delle risposte appropriate alle problematiche che sono state vissute in questo anno tremendo. Bisogna contrattare nuovi diritti e nuove tutele. Occorre investire davvero sull’occupazione femminile. Ciò significa liberare le donne dalla dipendenza economica e, aspetto da non sottovalutare, dalla violenza, e, allo stesso tempo, sostenere il Paese attraverso l’apporto, largamente sottoutilizzato, di nuovi talenti e competenze. In Italia oggi lavorano meno di 5 donne su 10, 3 su dieci al Sud.

Puntare sulle energie femminili e soprattutto su quelle delle giovani donne significa mettere in gioco risorse umane, spesso le migliori, visto che le ragazze sono più istruite dei ragazzi. Significa aprire al futuro: il lavoro delle donne è un moltiplicatore di posti, contribuisce a costruire la democrazia paritaria e quindi un paese più giusto, innovativo, inclusivo.

Con il recovery plan e la ripartenza abbiamo una preziosa opportunità per una riflessione su cambiamenti di modelli organizzativi e, ancora prima, culturali per cancellare consolidate prassi discriminatorie che spesso pongono in una condizione di debolezza le donne lavoratrici.

Abbiamo assistito in questi anni ad un cambiamento profondo del lavoro che, con il lavoro agile ed il telelavoro, ha visto spostare il suo luogo di produzione nella casa, nella famiglia vale a dire nel luogo storicamente antitetico al mercato e alla dimensione pubblica. Abbiamo visto quanto sia cruciale e centrale il tempo della cura delle persone nei suoi diversi aspetti: cura delle persone nella malattia, cura delle ferite sociali, cura dei contesti e dei luoghi sociali.

Serve un welfare inclusivo, che riparta dai Comuni, che metta al centro il valore universale della cura, quello sociale della maternità, il superamento della disuguaglianza tra uomini e donne come interesse collettivo e utile per il Paese. Occorre puntare sul lavoro e sulla condivisione dei carichi di cura. Per far sì che il mercato del lavoro impatti con una forte presenza femminile c’è bisogno di:

1) Indirizzare le risorse del recovery plan per un piano per l’occupazione femminile, per aiutare l’autonomia e indipendenza economica delle donne, costruendo una rete tra i servizi per aumentare l’occupabilità, l’occupazione e i servizi di supporto per evitare che le donne siano costrette a scegliere tra lavoro e carichi di cura;
2) aumentare gli asili nido e il sistema dei servizi all’infanzia e all’adolescenza, anche ben utilizzando le risorse nazionali e europee a questo destinate;
3) far sì che il lavoro da remoto, a cui sono tutte e tutti costretti, diventi vero smart working ed una opportunità, una esperienza innovativa, per una gestione diversa delle imprese, favorendo il diritto alla disconnessione, la formazione mirata, la salute e sicurezza e l’equità di genere nell’accesso. La tecnologia può essere un aiuto, non uno strumento per ricacciare di nuovo le donne a casa;
4) dotare le città di infrastrutture materiali e immateriali e reti adeguate in una fase in cui si impone lo smart working e l’erogazione di servizi via web;
5) l’avvio e l’implementazione di nuovi percorsi di accompagnamento e supporto all’impresa e all’autoimpiego delle donne.

Nel 2017, sotto la prima presidenza, il Consiglio regionale della Campania è stato uno dei pochi in Italia ad approvare una legge regionale e dotarsi di una strumentazione legislativa per contrastare i fenomeni del disagio lavorativo e delle cattive condizioni di lavoro dei lavoratori e delle lavoratrici.

Proprio in questi giorni invece il Pd, con l’impegno della vicepresidente Loredana Raia, ha presentato in Consiglio regionale una proposta di legge regionale, sulla quale abbiamo lavorato insieme, per incentivare l’occupazione femminile e contribuire e garantire la parità salariale tra uomini e donne, valorizzando le competenze femminili. Migliaia di donne sono state licenziate. E’ un esodo delle donne dal lavoro al quale non potevamo assistere inermi.

La proposta di legge, raccogliendo anche il monito del Presidente Draghi, prevede sgravi IRAP alle aziende che assumono donne con contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato; istituisce un apposito ” Sportello Donna” presso i Centri per l’Impiego della Campania e una sorta di cabina di regia con la stipula di protocolli di intesa con i Comuni, le organizzazioni sindacali, datoriali e con l’articolazione regionale dell’Ispettorato nazionale del Lavoro per approfondire e monitorare le esigenze lavorative dei territori di riferimento; introduce corsi di formazione specifica per le donne che abbiano perso il lavoro, favorendone il reinserimento lavorativo. Prevediamo benefici economici alle aziende virtuose che applicano la parità salariale e la revoca a quelle imprese che hanno licenziato le donne, in violazione della normativa vigente in materia di tutela della maternità o paternità. Inoltre, sono previsti benefici alle imprese che assumono donne vittime di violenza e l’istituzione di un Fondo regionale per il sostegno alle donne in situazione di disagio sociale.

L’obiettivo è dotare la Campania di una norma che ponga al centro il lavoro come leva per la libertà e l’autonomia delle donne, partendo dal sostegno concreto alla loro indipendenza economica.

E allora facciamo un patto tra di noi. Ricostruiamo e rafforziamo una rete istituzionale forte e coesa, praticando una capacità di ascolto fra donne e l’apertura alle realtà sindacali, come oggi, alle associazioni, ai movimenti e alle competenze femminili, per sostenere l’occupazione femminile, orientare le scelte che verranno fatte nella ripartenza e con le risorse del Recovery plan con un pacchetto importante di misure a sostegno delle donne.

*Rosetta D’Amelio, consigliera del Presidente della Giunta regionale per le Pari opportunità.