Europa madre?

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Si è molto discusso se l’Europa è ancora madre o se è diventata “matrigna” e poco si è dibattuto sui contenuti dello stare insieme in un mondo che cambia in modo sempre più veloce. Politicamente si sta delineando un futuro diverso. Uno schema che non prevede più una destra contro una sinistra ma un duello tra populisti contro responsabili. Un cambiamento dovuto soprattutto all’aumento delle paure: il terrorismo, la crisi economica, l’immigrazione. Temi che tagliano trasversalmente tutti i ceti sociali che votavano per un partito o per un altro costringendo inevitabilmente a scelte diverse, ad un nuovo bipolarismo con cui dovremo fare i conti per i prossimi anni. Lo scontro che sta andando in scena mette di fronte due politiche alternative, una liberale ed europeista opposta all’altra, populista e no euro. La semplificazione funziona sul piano del consenso per le forze populiste che scommettono sul vento di cambiamento che soffia in Europa dopo la vittoria di Trump negli Stati Uniti. E così se in Francia Marin Le Pen sogna di diventare Presidente, in Italia a contendersi il campo delle forze anti sistema sono i Cinque Stelle e i partiti di Salvini e Giorgia Meloni. Movimenti che fino a qualche tempo fa venivano considerati fuorigioco e che invece, adesso, possono giocare un ruolo più grande e che riguarda i futuri equilibri dell’Europa. Per molti elettori non sono ancora forze credibili di governo e l’esempio di Roma guidata da Virginia Raggi è la conferma che la capacità di amministrare è ancora tutta da conquistare. Ma anche queste negatività vengono stemperate perché sono tanti gli elettori pronti, secondo i sondaggi, a tornare a votare nella Capitale per i cinque stelle per la semplice ragione che vogliono tenere lontani dal potere gli altri partiti. Un apparente paradosso che spiega però la disperazione in cui versano molti settori della società. E allora per battere questi movimenti populisti non serve la denigrazione, il metterli in cattiva luce, occorre invece una nuova e convincente offerta politica. Ma qui cominciano le noti dolenti. Nel centrodestra la forza più moderata e cioè Forza Italia è ancora saldamente e lo sarà ancora nelle mani di Berlusconi. Lui l’ha inventata e a lui questa “creatura” è legata. Ma l’azione di forza propulsiva si è esaurita da tempo e non basterà un maquillage a darle nuovo slancio. Ancora peggio è la situazione nel centrosinistra. Il PD si è appena diviso. Il candidato a Palazzo Chigi sarà ancora Matteo Renzi dopo aver vinto le primarie mentre i leader dei neonati democratici e progressisti sono Bersani e D’Alema. Nulla di nuovo. Servirebbe una boccata d’ossigeno. Come ha scritto Massimo Giannini “il primo Renzi in fondo era questo. Una salutare, energica ventata d’aria fresca nelle stanze polverose di una nomenklatura esausta e delegittimata. La grande speranza che incarnava stava proprio qui: la volontà di rottamare il vecchio e di costruire il nuovo, ridando dignità alla politica e modernità alla sinistra. Quella speranza è via via scemata, in una routine di governo in cui i grandi disegni riformatori hanno lasciato il posto ai piccoli bonus elettorali. La volontà di potenza ha lasciato il posto alla voluttà del potere. Le ragioni della buona politica hanno lasciato il posto alle pulsioni dell’antipolitica. Un alternarsi continuo tra la cultura del ciaone e il grillismo di Palazzo”. Ora è vero che la politica non si fa con la carta di identità ma con le idee ma al momento non si vedono ricette che possano rilanciare la nostra economia, aiutare i giovani a trovare un lavoro, frenare la corruzione. In altre parole fermare la disaffezione dei cittadini verso questa politica.
edito dal Quotidiano del Sud