Festa della donna. Riflettiamo su alcuni dettagli

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Di Michela Zarrella

Il fatto che vi sia un giorno dedicato a tale festa è emblematico. Significa che occorre ancora accendere i riflettori su un determinato problema. Pertanto questo giorno dedicato alla donna deve servire a far riflettere su quanto si è fatto e su quanto resta da fare sulle disparità che ancora oggi esistono fra i generi, senza spegnere i riflettori i successivi 364 giorni dell’anno. Esistono ancora oggi disuguaglianze importanti e insopportabili. Parità, libertà, lavoro, retribuzione, … diritti che in gran parte del mondo ancora non sono stati ottenuti dalle donne, e in alcune aree sono ignorati o peggio calpestati. Poi risultano insopportabili gli ambigui usi del corpo femminile a sfondo sessuale come attrattore pubblicitario o come attrattore di programmi televisivi insulsi e arroganti. Consiglio di usare immediatamente il telecomando.

Comunque dei passi avanti si sono fatti. Oggi le donne hanno più libertà. Se volgiamo lo sguardo al passato è evidente che oggi le donne godono di maggiore libertà. Ma attenzione perché spesso è una libertà di facciata e non sostanziale. Alcune tradizioni tribali rimangono: come l’infibulazione, la scelta del marito a bambine appena adolescenti, l’imposizione di alcuni percorsi specifici culturali, religiosi, civili… Pregiudizi e alcune usanze continuano ad imperversare e non vengono scalfiti. E che dire delle violenze perpetrate sulle donne, persino nel bozzolo della famiglia, da chi dovrebbe e professa di amarle… fino a… violentarle e a… ucciderle? “Ti picchio perché ti amo”, “Ti ammazzo perché ti amo”: un’aberrazione! Un ossimoro! Una immensa bugia! È raro che la gente pensi a che cosa stanno provando effettivamente gli altri. Abituarsi a fare qualcosa del genere significa iniziare un procedimento destinato a diventare un metodo e quindi a continuare nel tempo. Se la gente dedicasse un po’ di tempo a concentrarsi su questo modo di percepire le cose, se la gente coltivasse le emozioni sane e positive come l’affetto, la compassione, la solidarietà, il rispetto… avrebbe un’esperienza completamente diversa delle emozioni distruttive come invidia, gelosia, ira, istinto di possesso e si avrebbe una fioritura umana e un grande miglioramento verso una società pacifica. Il percorso è ancora lungo e non è scorrevole.

Un’altra cosa da fare è utilizzare il genere appropriato quando si parla o si scrive. Oggi molte donne hanno ruoli e svolgono professioni che prima erano prevalentemente maschili. Per esempio ministra, sindaca, avvocata, comica. Quanti giornalisti fanno fatica ad usarle? Eppure la grammatica italiana è chiara: “I nomi di persona sono di genere maschile o femminile secondo il diverso sesso delle persone … Le terminazioni dei nomi, di condizione e di professione se sono “o” diventano “a” come servo serva, maestro maestra… e così via.” Devo pensare che questi giornalisti non conoscono la grammatica italiana? Sergio Zavoli diceva: “Rispettate le parole. Tutto quello che dite ha una responsabilità enorme.

L’uso del femminile nella lingua è un segnale molto importante, perché significa rispetto del genere e della grammatica; al contrario, non utilizzarlo significa continuare ad affermare la disparità e può anche esprimere sottomissione o, in alcuni casi, violenza. Vi sembra rispettoso del genere dire “Il Cancelliere Angela Merkel”?, “Il presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati”?, “Il ministro Marta Cartabia”?

C’è un proverbio che dice: “Il demonio si nasconde nei dettagli”. Altro “dettaglio” che ritengo importante è l’intitolazione di aule, teatri, istituti, strade, piazze… Nella stragrande maggioranza sono intitolati a uomini: Teatro Carlo Gesualdo, Istituto Ettore Majorana, Piazza Giuseppe Garibaldi … Nelle scuole quante aule sono intitolate a donne? Nel 2015 risultava che a Torino su oltre 1000 strade solo 27 erano intitolate a donne. Che tipo di messaggio può inviare una tale serie di dati?

Questi non sono più “dettagli” ma “segnali” forti che affermano la supremazia maschile. Ogni intitolazione in più a una donna ci ricorderà della donna tutti i giorni dell’anno – ogni volta che lo scriveremo, lo leggeremo o lo udiremo – e non solo l’8 marzo. Allora se vogliamo cambiare cominciamo dai dettagli che costano poco e inoltre significa rispettare la grammatica italiana; per il resto c’è molto da fare. Occorrerebbe quasi una rivoluzione? Però se cominciamo a badare ai secondi i minuti baderanno a sé stessi, e le ore verranno appresso di conseguenza. Allora iniziamo a badare alle piccole cose e cambieranno anche le medie e poi le grandi. Il primo cambiamento, quindi, deve avvenire dentro noi. Il concetto di parità, di rispetto deve maturare prima di tutto in ognuno di noi: donna o uomo. Cambieranno a cascata le istituzioni, i poteri forti, la politica, la burocrazia, i violenti… È così che si otterranno atti concreti come la parità, l’uguaglianza dei salari, gli aiuti alle famiglie, un maggior numero di asili nido e di centri antiviolenza, gli orari flessibili sul lavoro, un maggiore welfare… un mondo migliore. Riflettere e capire che rispettare la donna – l’altra metà del cielo – significa rispettare la vita, significa credere in un mondo migliore. Se aspiriamo a dare un contributo per migliorare la società, affinché si apra a una nuova visione delle cose, dobbiamo cominciare da noi stessi. Parafrasando Neil Armstrong possiamo dire che badare ai “dettagli” può essere un primo piccolo passo che possiamo fare da subito, che diverrà un grande balzo per l’umanità. Auguri.