Giorgia ringrazia il Pd irpino e la sua classe poco dirigente

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La vecchia e consolidata geografia politica in Irpinia, dopo il voto ha subito una decisa sterzata. La Destra, come in tutta Italia, ha fatto incetta del consenso, guidata sul territorio da Gianfranco Rotondi, parlamentare di vecchia scuola democristiana e perciò stesso garante di quel ceto medio interclassista che abiura la violenza e si pone a difesa della Costituzione contro ogni rigurgito fascista. E’ una grande novità per questo territorio in cui la destra, fatta eccezione per il primo dopoguerra e per la presenza di autorevoli esponenti, da Alfredo Covelli all’arianese Franza, da Emilio D’Amore, a Pippetto De Jorio, ai De Concilii e per finire ai D’Ercole (padre e figlio), con qualche mia dimenticanza, non ha mai avuto un ruolo di governo nelle istituzioni locali. Ora viene messo alla prova, anche se la prima forza politica in Irpinia, dopo fratelli d’Italia, è ancora il Pd, che resta primo partito in città. In realtà, la destra non era mai riuscita a fare breccia nel cuore degli irpini. Ora può contare su due parlamentari, Rotondi e Giulia Cosenza, quest’ultima risorta all’improvviso, dopo una lunga assenza e una precedente legislatura con molte ombre. Io penso che questa svolta inattesa sia da addebitarsi all’irresponsabile comportamento del Pd irpino che ha finito per deludere l’elettore. Stanco delle scelte sbagliate e senza una politica che potesse dare risposte ai bisogni della comunità, l’elettore ha scelto di cambiare, pur con grande sofferenza. Ma come segnale forte inteso a far capire che così non si poteva andare più avanti. E’ inutile nasconderlo. Il Pd in Irpinia, fatto salvo per il suo segretario, avvocato prestato alla politica, era diventato un coacervo di interessi vari, senza identità, al servizio del governatore della Campania e del suo familismo. Ha rinunciato a svolgere un ruolo autonomo, di contrapposizione quando città e provincia venivano mortificate dal niente fatto per la sanità, le zone interne, i trasporti e così via. Don Vincenzo ordinava e i gabellieri eseguivano. La stessa unità delle componenti irpine del Pd non è stata mai raggiunta per quella voglia dei capipolo di gestire il potere individualmente, spesso svendendo patrimoni importanti come l’acqua, ceduta per una manciata di lenticchie. Il Pd che su questa vicenda si è chiuso in un silenzio imbarazzante ha fatto irritare quanti si aspettavano un minimo di risposta orgogliosa. Essere il primo partito e comportarsi con gli stessi metodi dei clan è aver accelerato la rapida discesa in un burrone. Il voto è segreto, ma se l’analisi dei dati dovesse chiarire che molti dei consensi ex Pd sono finiti alla destra, la gravità di questo comportamento credo sia davvero poco commentabile. D’altra parte l’immorale tentativo di corrompere l’elettore facendo nomine e assicurando certezze ai precari a pochi giorni dal voto è stata certamente una pessima idea che non poteva passare inosservata. Speriamo che questo tempo sia passato, che comportamenti di questo tipo, dal significato clientelare senza vergogna abbia a finire. Un commento diverso meritano Giuseppe Conte e i suoi pentastellati. Il reddito di cttadinanza non ha funzionato in Irpinia come ci si aspettava e tuttavia la risorsa Gubitosa, imprenditore di vecchio stampo benchè giovane, si accredita come un tassello importante per la costruzione di una nuova classe dirigente. Perchè questo è il vero problema: la classe dirigente. L’Irpinia è stata sempre fiera dei suoi rappresentanti: da De Sanctis a Mancini a Dorso, alla nidiata nata nei primi anni cinquanta con Fiorentino Sullo, Bianco, Mancino, De Vito, Gargani, Zecchino, protagonisti, come avrebbe detto De Mita poi condottiero di quel gruppo, con un pensiero lucido in politica e per la politica. Recuperare il valore e le testimonianze di quella classe dirigente è la strada che oggi devono percorrere elementi di spicco come Amalio Santoro, che in queste elezioni ha dato esempio di moralità e di disponibilità per il bene comune. Per liberarsi dai cialtroni, dagli ambiziosi, dai servi del potere, e difendere questa nobile terra.

di Gianni Festa