Giuliano, il vescovo che fece tremare Sant’Agostino e la Chiesa

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Di Vincenzo Fiore

Intorno al 385 d.C. nacque ad Aeclanum (odierna Mirabella Eclano, Avellino), Giuliano, figlio di Memorio, vescovo di Aeclanum e di Tizia, figlia di Emilio, vescovo di Benevento. Dopo la scomparsa prematura di sua moglie, divenne diacono nel 408. Personaggio di sconfinata intelligenza, scrittore raffinato, studioso della mitologia classica ed esperto di dialettica, incuriosì tanto Agostino d’Ippona che questi lo invitò a Cartagine per discutere di teologia. Tornato dall’Africa, papa Innocenzo I lo nominò vescovo del suo paese natio. Giuliano, uomo di grande carità cristiana, dopo l’invasione dei Vandali in Campania, donò tutti i sui beni alla collettività rimasta in miseria. Mentre il nome di Giuliano diventava sempre più prestigioso negli ambienti clericali, egli aderì alla dottrina eretica del pelagianesimo. Il pelagianesimo era una scuola di pensiero, fondata da Pelagio (Irlanda o Britannia 360 – Palestina 420), che portava avanti l’idea che il peccato originale non avesse macchiato l’intera natura umana, così come afferma il cattolicesimo, ma solo Adamo, in quanto i bambini non possono essere peccatori: ‹‹Chi è stato quel nemico barbarico, così crudele, così truce, così dimentico di Dio e dell’equità, da condannare gli innocenti come fossero colpevoli?››. In risposta, Agostino sosteneva che istigato dal diavolo, l’uomo è corrotto per sempre, e che il peccato originale si trasmette attraverso la generazione. Giuliano prepotentemente rispondeva che, se si sostenesse il principio agostiniano, si rischierebbe di condannare, di conseguenza, persino il matrimonio poiché: ‹‹[…] non esiste matrimonio senza rapporti sessuali. Tu dici che quanti nascono da un rapporto sessuale appartengono al diavolo: senza dubbio dichiari che il matrimonio appartiene al diritto del demonio››. Di Giuliano sono andati perduti tutti i suoi scritti, compreso l’Ad Florum, e che noi conosciamo proprio grazie ad Agostino che, in opere come il Contra Iulianum haeresis pelagianae,  riporta il pensiero del suo antagonista. Un punto ulteriore di divergenza fra le due parti è rappresentato dalla grazia divina. Agostino sostiene che la Grazia del Cristo risieda nel suo dono e non nel suo esempio, poiché se bastasse solo l’imitazione del Figlio, il sacrificio del Golgota sarebbe stato invano, perché anche prima della Sua venuta c’erano stati degli uomini giusti. Non basta percorrere una vita sana e virtuosa secondo i precetti cristiani, l’unico modo per raggiungere la salvezza eterna sarebbe quello di ricevere un dono direttamente dal Signore. Giuliano si oppone a tale affermazione sostenendo che, se così fosse, Agostino renderebbe vano il battesimo, poiché nei battezzati rimarrebbe il male ereditatogli dai genitori. ‹‹L’uomo infatti fu creato animale ragionevole, mortale, capace di virtù e di vizio, in grado per possibilità concessagli o di osservare i comandamenti di Dio o di trasgredirli; in grado di rispettare il diritto della società umana per il magistero della natura, libero di fare volontariamente l’una o l’altra scelta: e in questo sta essenzialmente il peccato e la giustizia››. Visione questa, che ovviamente si ripercuote anche sulla concezione del libero arbitrio, che nell’ultimo Agostino sembra essere messa da parte. Due strade nettamente diverse, che nel contesto della chiesa primitiva del V secolo, non potevano che portare all’estinzione dell’una a favore dell’altra. Giuliano nel 418, dopo essersi rifiutato di sottoscrivere la celebre Epistola tractoria, in cui si condannava espressamente il pelagianesimo, venne scomunicato da papa Zosimo, insieme ad altri diciassette vescovi, e fu costretto all’esilio in Oriente, dove continuerà a difendere le proprie idee, ospitato da Nestorio, vescovo di Costantinopoli. Nello stesso anno anche l’imperatore Onorio (395-423), emanò un ordine di espulsione dal territorio italiano per i pelagiani e tutti coloro che non approvavano l’Epistola tractoria. Non si conosce il luogo della sua morte, né la data, tutto ciò che sappiamo deriva quasi esclusivamente da Agostino. Giuliano probabilmente si spense nell’odierna Turchia o in Sicilia, verso il 455, intorno ai sessant’anni. Oggi della sua eredità rimane ben poco, anche se qualcuno ha cercato di intravedere nel suo pensiero una sorta di proto-protestantesimo, si tratta sempre di somiglianze forzate, che vengono declinate dagli stessi protestanti. Ciò che resta, sono invece, i nove dogmi che furono emanati nel sinodo di Cartagine, inglobati lentamente dalla dottrina cattolica ufficiale, volti a sopprimere dal principio ogni pensiero che andasse in direzione contraria a quella ufficiale: (1. la morte non deriva da Adamo per necessità fisica, ma dal peccato; 2. i bambini appena nati devono essere battezzati a causa del peccato originale; 3. la grazia giustificante serve non solo a perdonare i peccati passati, ma anche a evitare quelli futuri; 4. la grazia di Cristo non solo permette di conoscere i comandamenti di Dio, ma dà anche forza alla volontà di eseguirli; 5. senza la grazia di Dio non solo è difficile, ma assolutamente impossibile realizzare opere buone; 6. non solo per umiltà, ma con tutta verità dobbiamo confessarci peccatori; 7. i santi riferiscono il dettato di Nostro Signore “perdona le nostre offese” non solo agli altri, ma anche a loro stessi; 8. i santi pronunciano la stessa supplica non solo per umiltà, ma con tutta verità; 9. i bambini che muoiono senza battesimo non vanno in un luogo intermedio, perché la mancanza del battesimo esclude tanto dal Regno dei Cieli come dalla vita eterna); e la consapevolezza che per affermarsi, quelli che un secolo prima erano stati i martiri cristiani, per tutto il Medioevo, fino all’età moderna, spesso, si trasformeranno nei persecutori. La storia ha dato torto a Giuliano, ma ciò non può incidere sul giudizio complessivo su di un pensatore che riuscì a mettere in crisi Agostino e che fece tremare la Chiesa.