Gli euro, i buoni del tesoro e l’economia del paese

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Li chiamano mini-Bot (Buoni Ordinari del Tesoro), ma sono considerati una maxi-iattura economica per il paese. Eppure a me riescono simpatici, perché mi riportano agli anni della mia fanciullezza, quando scolaro alle elementari insieme con i miei compagni del rione giocavamo ai bot(toni). Nel dialetto, però, i bottoni sono detti “formelle”, perciò noi ragazzini quotidianamente giocavamo alle formelle. Senza avere un barlume di conoscenze di economia, avevamo inventato l’alter – nativa alla moneta. I nostri scambi, vincendo o perdendo al gioco, avvenivano in bot(toni). I bottoni con due fori nel mezzo, erano fuori corso legale, noi dicevamo che “non valevano”. Per essere validi i bottoni dovevano avere al centro quattro fori. Ma non tutti i bottoni erano delle stesse dimensioni e della stessa fattura; allora per una sorta di tacita convenzione, valida solo nel rione, si attribuiva un valore diverso a seconda della grandezza e della lucentezza dei bottoni, C’era, infatti, quello che valeva due, quello che valeva tre e persino quattro o cinque “formelle”, il bottone più grande e più ricercato. C’era un inconveniente. I bottoni dovevano provenire da una “zecca” familiare: giacche, camicie, cappotti ecc. di fratelli, sorelle e parenti vari. Non era raro, perciò, vedere la sorella maggiore che inseguiva per la strada il fratellino che aveva sottratto bottoni agli abiti nell’armadio. E così questi ragazzi, che oggi sarebbero quanto meno dei Sottosegretari di Stato, a quel tempo rischiavano di prenderle di santa ragione. Questo del giocare alla moneta alternativa, non è certamente appannaggio dell’infanzia del secolo scorso. Nei primi anni sessanta del XV secolo Ferdinando d’Aragona stava concludendo vittoriosamente la guerra contro gli Angioini e i baroni loro alleati. Era in gioco la successione al Regno di Napoli, dopo la morte di Alfonso il Magnanimo. La guerra, è risaputo, ha costi altissimi di vite umane e di ricchezze. Ferdinando I, come racconta Giovanni Pontano nella sua storia di quella guerra, si trovava a corto di denari. Aveva finanche fatto fondere il tesoro del santuario di S. Michele sul Gargano per coniare monete d’oro e d’argento (la nostra carta moneta , le banconote, non circolavano a quei tempi). Bisognava pagare le truppe mercenarie. Ieri come oggi, se l’amministrazione non è puntuale o inadempiente nei pagamenti, i fornitori protestano; nel caso delle truppe il rischio serio era quello del passaggio al nemico o dell’ ammutina – mento. “Posto l’accampa – mento presso Barletta, i soldati erano intenti a vendere il bottino precedentemente fatto. Poiché una nuova moneta di bronzo veniva usata, i Barlettani, su istigazione di Barnaba Marra, considerarono vile moneta quella nuova di bronzo, e rifiutavano di scambiarla, il Re fu costretto a fondere l’argento e a coniare moneta, e con quella pagare il soldo ai militari”. Non si conosce il nome di chi abbia consigliato il re di coniare moneta di bronzo, metallo meno prezioso dell’argento e dell’oro comunemente usato dalla zecca del Regno. Ho il vago sospetto che sia stato un antenato degli attuali no-euro. Ma il rifiuto dei cittadini di Barletta ci può illuminare su quello che potrebbe accadere oggi, se venissero messi in circolazione i mini bot. Come non immaginare l’esclamazione di un qualsiasi negoziante, vedendosi mettere in mano questo surrogato di moneta: ”Che me ne faccio! non è buona nemmeno per pulirsi il…”

Virgilio Iandiorio