Governo fra paradossi e compromessi

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La questione di fiducia posta da Mario Draghi in Senato sul decreto Ucraina ha impedito a Fratelli d’Italia di votare a favore sulla politica estera nel bel mezzo di una crisi internazionale gravida di sviluppi imprevedibili; ma il partito di Giorgia Meloni la sua vittoria l’aveva già ottenuta in commissione quando il governo aveva accolto un ordine del giorno sull’aumento delle spese militari presentato dalla destra: un successo politico che ha gettato scompiglio nella maggioranza. E’ vero che non sarebbe corretto leggere in questa chiave la politica estera, soprattutto quando sono in ballo le alleanze internazionali e c’è una guerra alle porte di casa; ma il paradosso è troppo vistoso per passare inosservato. Sul rispetto di un impegno assunto otto anni fa in sede Nato e confermato da tutti i governi, la coalizione ha ballato in Parlamento, Pd e Cinque Stelle sono arrivati sull’orlo della rottura e alla fine il compromesso raggiunto ha fatto cantare vittoria a Giuseppe Conte, irritato (ed è un eufemismo) i democratici, mentre probabilmente rinfocolerà i sospetti di inaffidabilità che ogni tanto riaffiorano nei confronti dell’Italia in alcune capitali europee e soprattutto oltre Atlantico. E che la partita non sia chiusa definitivamente lo dice un sondaggio pubblicato da Euromedia Research che dà il 61,4% degli italiani contrari ad aumentare gli investimenti in armamenti contro poco più del 27% favorevoli. Oltre il 51% degli elettori piddini e la grande maggioranza di quelli più a sinistra bocciano la linea del Nazareno, per non parlare dei Cinque stelle che dicono no al 71%. Insomma, il “campo largo” auspicato da Enrico Letta si restringe pericolosamente, mentre già si annunciano altri capitoli di un contenzioso che va dalla spesa sociale alla programmazione, al caro bollette. Giuseppe Conte, appena confermato alla guida del Movimento (ma hanno votato meno della metà degli aventi diritto), vuole contare di più nella coalizione, pretende rispetto, lamenta di essere stato trattato come una “succursale”, minaccia di tirare ulteriormente la corda. Dove vuole arrivare? Qualcuno nel Pd teme esplicitamente che l’ex presidente del Consiglio si tenga le mani libere in previsione di una rottura e di una corsa solitaria alle elezioni, con un richiamo forte alle radici movimentiste e giacobine, il recupero delle frange più estreme a cominciare da Alessandro Di Battista, l’ammiccamento alla protesta sociale che si preannuncia in ripresa anche perché le prospettive economiche per l’anno in corso sono meno rosee e ci saranno meno fondi da redistribuire. Fra due mesi e mezzo si vota per un turno amministrativo (e per i referendum ammessi dalla Consulta); e sarà un banco di prova per la tenuta della maggioranza, per il rapporto Pd-Cinque Stelle e per la competizione in atto da tempo nella coalizione del centrodestra, dove Giorgia Meloni rivendica da tempo un primato che metterebbe in difficoltà sia Salvini che Berlusconi. Se ne parlerà alle politiche, fra un anno o forse anche prima, come temono al Nazareno dove si cerca di indovinare quali siano le reali intenzioni di Conte, e fino a che punto le fibrillazioni di questi giorni siano compatibili con la tenuta stessa del governo.

di Guido Bossa