Grande parata e piccoli poteri

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Ieri, di fronte allo straordinario scenario di armonia istituzionale della parata militare e civile del 2 giugno,   che si è potuta ammirare, apprezzare e farci commuovere, con rappresentanze di sindaci dai più piccoli borghi alle medie e grandi città, dei corpi tradizionali dello Stato a uno sterminato prezioso  associazionismo , l’Italia migliore, è stato impossibile non pensare alle “asimmetrie”, da cui è ferita la nostra Repubblica.  Sappiamo i rischi, in cui si può incorrere sollevando riflessioni del genere, per la facilità di poter far confondere, in una giornata simile, della Festa  della Repubblica, un discorso serio con il qualunquismo, sempre in agguato. Ma questo rischio va corso, quando non si ci lascia influenzare da pregiudizi e si è animati  soltanto da buone, oggettive ragioni. Una volta, in tempi difficili, con una espressione, divenuta molto comune, che sintetizzava il disagio diffuso nel Paese e del suo malanimo crescente, si parlò di una frattura tra “Paese legale e Paese reale”: il primo inteso come classe dirigente, il secondo, come popolo, che non riceveva dal primo risposte decisive alle proprie attese.  Oggi, purtroppo,  da qualche tempo in qua, si è andati molto oltre.  Ora è in atto un fenomeno,  sempre più preoccupante,  che riguarda una endemica, perdurante criticità  tra il massimo presidio istituzionale e parte del potere esecutivo, per inaccettabili “strappi” governativi su problematiche molto delicate in una democrazia parlamentare rappresentativa.  Che ha le sue regole, i suoi patti da rispettare, non soggetti a superficiali “stroncature”, meno che meno, a velleitarie, subdole “cancellazioni”.  Una cosa è l’esercizio di un potere ministeriale  praticato attraverso la moderazione, nel saper proporre argomentazioni giuste con apporti costruttivi di idee e pacato  linguaggio, altra è l’ intenzione di volerle imporre, o peggio ancora far poi apparire all’esterno, anche dopo giuste, prevedibili bocciature, addirittura di averle imposte.  E’ da un anno che certe forze politiche hanno deciso di giocare con le istituzioni, di “creare conflitti”, da molto prima che si varasse il governo attuale, “Giallo-verde”, da quando si facevano le “prove d’orchestra” per un “contratto di governo o “delle reciproche convenienze”, con la minaccia dell’impeachment del presidente Mattarella avanzata da Di Maio, in contemporanea con la “scorretta, irriguardosa forzatura” di inviare una bozza di un governo virtuale al Quirinale prima del voto. Un comportamento divenuto in seguito il marchio permanente anche della “dottrina Salvini” nel contestare, o meglio illudersi di poter annacquare o aggirare principi costituzionali sui diritti dell’Uomo sul fronte caldissimo dell’accoglienza e della immigrazione. Dimenticando che la nostra Costituzione ha fatto propri, anzi ha anticipato, i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, fissati dall’Onu, sulla dignità e sul valore della persona umana.  Lo stesso discorso vale per l’amaro, ciclico capitolo della “guerriglia” contro l’Europa, che si riacutizza  ogni qualvolta si è chiamati al rispetto degli impegni assunti, in base ai quali si è avuto ulteriore credito sui conti anche per i buoni uffici del Colle; altrettanto cocente infine lo snaturamento continuo del Parlamento, esautorato di molte sue funzioni. In ragione di quanto appena detto:  a che serve festeggiare le istituzioni, ricordarsi che esistono soltanto il 2 giugno, Festa della Repubblica, se poi ce se ne dimentica di farlo nella testimonianza quotidiana, quella che poi conta?  Vogliamo sperare che oggi il Presidente del Consiglio, vittima e, allo stesso tempo, complice, di queste  “asimmetrie istituzionali”, per il suo silenzio sulle frequenti “irruzioni” , i “pascoli abusivi” di Salvini e gli svarioni di Di Maio,  dica nel suo “messaggio” al Paese , parole giuste e chiare su questo “conflitto unilaterale”, assumendo, se ne è capace, la funzione direttrice e coordinatrice vera del suo ruolo di tradurre in atti l’indispensabile esigenza dell’unità e solidarietà dell’ esecutivo. Un governo non può sopravvivere con il gioco del “tuca- tuca”: il balletto delle “manine”.

di Aldo De Francesco