I partiti tornino alla politica

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In un Parlamento sempre più balcanizzato l’unico punto di riferimento è un non parlamentare: il Presidente del Consiglio Mario Draghi. Una situazione non facile soprattutto perché tra meno di un mese comincia il semestre bianco e il Capo dello Stato non potrà sciogliere le Camere.

La fragilità è certamente la parola chiave per fotografare questa strana legislatura che da quando è iniziata fa fatica a trovare una stabilità e che tra sei mesi deciderà il suo destino perché inevitabilmente la partita del Quirinale si incrocia con quella del governo Draghi. La vera domanda da porsi oggi è su quale equilibrio politico costruire l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica visto che tutti i partiti della maggioranza hanno più problemi che soluzioni.

I fari mediatici sono puntati sui Cinque Stelle, sulle loro lacerazioni e su una mancata trasformazione da forza anti sistema a forza cardine di un sistema. Un sistema che fa fatica a trovare un baricentro e sulla scena si alternano continuamente nuovi interpreti elettorali e politici.

E’ già accaduto quasi trent’anni fa quando dopo l’esplosione di Tangentopoli il crollo delle forze politiche tradizionali portò all’arrivo di un personaggio imprevisto come Silvio Berlusconi che fece il pieno dei voti dei vecchi partiti di governo e cambiò radicalmente il panorama parlamentare di allora. Il voto arrivò nel ’94 e due anni prima il Parlamento aveva eletto Scalfaro alla Presidenza della Repubblica che traghettò il Paese dai riti della Prima Repubblica agli sconvolgimenti della Seconda. Da allora al Quirinale si sono alternate figure diverse: Ciampi, Napolitano e ora Mattarella, che hanno però in comune la fedeltà alle istituzioni e il senso di responsabilità.

Questo Parlamento balcanizzato deve tra qualche mese individuare e indicare una figura che abbia le stesse caratteristiche degli ultimi inquilini del Colle. Lo stile di Mattarella al Quirinale e di Draghi a Palazzo Chigi è molto simile, nessuna ostentazione ma al contrario understatement. L’opposto del linguaggio comunicativo dei leader di partito che amano elencare conquiste e obiettivi spesso non ancora raggiunti.

Il tempo del Covid ha certamente cambiato la linea politica generale riducendo gli spazi dei risentimenti, della rabbia, dei rancori e delle paure coltivate prima della pandemia. L’urto della politica reale è stato più forte e la risposta da dare alla crisi economica è arrivata più dalle élite che dai leader populisti. I disagi e le disuguaglianze richiedono soluzioni di governo e non pulsioni elettorali.

Insomma sia la sinistra più europeista che la destra euroscettica sono costrette adesso a muoversi lungo una strada diversa costruita su basi meno fuorvianti e superficiali. Draghi rappresenta perfettamente il modello del politico attuale: competente e credibile mentre sono in profonda crisi i due partiti che più hanno caratterizzato la seconda Repubblica: Forza Italia e i Cinque Stelle che pagano il prezzo di una trasformazione rimasta incompiuta. Scrive Ezio Mauro su Repubblica che “tutti e due i partiti hanno un evidente problema di democrazia interna e da una parte come dall’altra il meccanismo decisionale non opera in trasparenza, con i vertici abituati piuttosto a confiscare le scelte decisive in riunioni ristrette, per poi chiedere alla base voti e approvazioni che sono in realtà plebisciti di conferma, elettronici o plaudenti. La conseguenza evidente di questa mutazione imperfetta è un indebolimento parallelo di identità, che produce un inedito populismo intermittente”.

Queste due forze apparentemente lontane ma molto simili, hanno entrambe un padre fondatore, Berlusconi per Forza Italia, Grillo per i Cinque Stelle e hanno un destino comune a tutte le forze politiche attuali, dovrebbero riportare al centro la politica che per troppo tempo è stata sostituita da leadership solitarie che hanno agito senza luoghi di confronto.

di Andrea Covotta