Il caldo buono

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Se ci fermassimo solo un’ora in questa fretta di auto che intasano le strade, di luci e suoni a decibel troppo alti che abbagliano gli occhi e perforano le orecchie, se avessimo il coraggio di azzerare cenoni e regali, bottiglie di spumanti che fanno volare via i loro tappi, passi troppo veloci per incontrarci, messaggi di auguri troppo formali per giungere al cuore, ci accorgeremmo del Natale del Signore che è l’unico Dono da prendere con mani tremanti ed occhi umidi di pianto. La frenesia delle strade e dei mercatini allestiti dovunque, come fossimo a Bressanone o a Vienna, ci illudono che questo Natale 2022 sia un natale qualsiasi e che basti qualche lustrino e una spruzzata di neve per creare l’effetto di sempre, ma, a ben guardare, sotto i colori di Babbo Natale e la folta barba bianca, cerchiamo di nascondere, o qualcuno ci vieta di capire, che la festa della nostra infanzia (è pur sempre “dei bambini” o di “quando eravamo piccoli” il Natale!) ha coordinate diverse quest’anno. Forse della nostra letteratura, che pure vanta una vasta gamma di composizioni poetiche, più adatti ci vengono incontro i versi di Ungaretti che, a Napoli, il 26 dicembre 1916, ci manifesta un suo disagio interiore a lanciarsi nella folla di San Gregorio Armeno e nelle mille bancarelle di pastori colorati: “Non ho voglia/ di tuffarmi/ in un gomitolo/ di strade/ Ho tanta / stanchezza/ sulle spalle”. Sembra la riflessione di un anziano stanco di feste e rumori, ma Il poeta soldato aveva solo ventotto anni quando scrisse questi versi che hanno il tempo sincopato dei singhiozzi. Forse era in una licenza dal fronte dove si combatteva la Prima Guerra Mondiale e portava nel cuore e sulle spalle il peso di una umanità martoriata che mandava a morire, come in un gioco, “i ragazzi dell’89”: un’intera generazione di giovani “partiti e non ancora tornati” canterà De Gregori in “Generale” decenni dopo.
Se ci fermassimo solo un’ora vedremmo una marea di giovani partiti per una qualsiasi esercitazione militare che hanno visto il loro gioco farsi serio e i colpi non essere a salve mentre varcavano la frontiera dell’Ucraina. Di essi (quante speranze felici avevano in cuore) non restano neppure i corpi martoriati da restituire alle madri. Inutilmente avrebbero scritto con un sms “Straniere genti, l’ossa mie rendete allora al petto della madre mesta” come, da testamento, aveva annotato Ugo Foscolo. Se ci fermassimo un’ora vedremmo i morti muti di una guerra che continua da dieci mesi senza che la parola della democrazia e della diplomazia riesca a fermare. Ci sono bambini e donne, anziani con le lacrime agli occhi sulle macerie di case e vite distrutte, ragazzine bionde che si erano fatte un selfie e lo avevano inviato alle amiche senza sapere che era l’ultimo. Di una di esse rimane il volto nello striscione sull’impalcatura dell’episcopio che da mesi invoca che si alzi il vento della pace, ma è ancora tragica bonaccia. Ci sono bambini e donne ucraine anche qui sul nostro territorio, a migliaia, con negli occhi la nostalgia di una terra dilaniata dove i loro uomini combattono, nel 2022, per una bandiera che si chiama libertà ed ogni giorno hanno motivo di chiedersi se essi siano ancora nel novero dei vivi. Città distrutte, paesi sventrati, civiltà rase al suolo e asfaltate in un attimo da missili e bombe come se non fossero mai esistite. Natale quest’anno è anche questo.
Se ci fermassimo un’ora sola sentiremmo la voce delle donne (in esse vedo anche Maria di Nazaret) che cercano di uscire allo scoperto da una prigione leggera come un velo, ma pesante quanto una montagna. Il loro svelarsi rivela la voglia di vivere appieno una femminilità sul cui conto la storia e le religioni hanno posto sempre divieti facendo pagare costi altissimi a chi chiedeva soltanto “una stanza tutta per sé”. Il velo, gli occhi bassi, un ruolo ancillare a servizio dei maschi in nome di un dio che non abbiamo imparato a conoscere così. Quelle donne, le stesse che anni addietro si “davano la voce” sui balconi e le terrazze iraniane sul far della sera per incitare la rivolta, oggi catturate, violentate, condannate a morte, debbono affollare i nostri presepi e farci capire che la storia è il luogo della redenzione o della perdizione. La storia, la stessa che pesava sulle spalle di un giovane soldato nella Napoli variopinta del 1916, l’unica storia dell’uomo e delle donne che oggi vede sventolare veli colorati come bandiere di una primavera. La storia che fa i conti con un’Europa anziana e debole, con le diatribe eterne, nel Bel Paese, tra nord e sud, tra leggi pronte che parlano di autonomie e nascondono separazioni. Davanti a questo Presepe in cui si dà appuntamento la storia, dove abbondano i poveri aumentati a dismisura, dove la guerra semina morte e distruzione in Europa, in Siria, dove un velo può strozzare una donna, dieci donne, mille donne, la domanda patetica di Eduardo De Filippo in “Natale in Casa Cupiello” “te piace o Presepe?” stavolta mi trova allineato con la risposta scontrosa di “Ninnillo”: “No, nun me piace!”.
Se ci fermassimo solo un’ora capiremmo che in pericolo non è un sistema politico o un’ideologia, neppure questa o quella religione, ma la sussistenza stessa dell’uomo. Per questo Dio si incarna e inverte la spirale omicida e suicida dell’uomo con l’inserimento di un fotone divino nelle vene invecchiate dell’umanità: Gesù, il Figlio di Maria e Giuseppe, venuto alla luce, come una Stella “in una notte scarsa di luna” (Erri De Luca). “Lasciatemi così/ come una/ cosa/ posata/ in un/ angolo/ e dimenticata” chiede Ungaretti ai suoi amici vocianti sulla porta: non è volersi estraniare dalla festa, ma porsi in atteggiamento contemplativo per comprenderne le radici più profonde. Fermandoci per un’ora tu, io, noi, potremmo accedere ad una visione di speranza irresistibile e tendervi, come davanti a un camino acceso, le mani infreddolite: “Qui/ non si sente/ altro/ che il caldo buono”.

+ Arturo Aiello