Il cattolicesimo sociale di Letta

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I l ritorno di Enrico Letta nell’agone politico italiano, più esattamente  ne l tormentato   agone partitico del Pd, secondo alcuni  osservatori delle dinamiche politiche nostrane, riapre  il discorso, mai accantonato, del “Partito dei Cattolici”. Lo riapre non tanto per la storia personale, culturale e politica di Letta- già militante nel Movimento Studenti dell’Azione Cattolica ai tempi dei suoi studi al liceo classico  Galileo Galilei di  Pisa  o per la sua onorificenza a commentatore pontificio   dell’Ordine Equestre San Silvestro Papa (ex Legion  d’onore), ma per la sua consolidata e riconosciuta cultura politica del cattolicesimo sociale nel quadro del più vasto orizzonte europeo .  Si tratta comunque del ritorno   di un politico cattolico a cui  guardano con interesse tanti  elettori cattolici  da anni “in libera uscita” e non pochi  cattolici associati, come chi scrive, che da  da almeno due decenni   cercano di dare  senso coerente alla loro opzione elettiva , fino a  scegliere la  diserzione delle urne. Speranza di  una ventata di cattolicesimo sociale, dunque, come corrente di pensiero ancora vitale all’interno della cultura contemporanea del “mondialismo” non quello elitario di David Rockefeller , ma quello   proposto dal magistero sociale di Giovanni Paolo II , Benedetto XVI e Papa Francesco. Ricordare oggi l’esemplarità politica del cattolicesimo sociale nella fase costituente del dopoguerra, non è sterile rimpianto , ma può  essere  un percorso di dialogo costruttivo ,frutto di  un fecondo componimento delle differenze per la concreta costruzione del bene comune.  Certo, e lo abbiamo più volte evidenziato sulle pagine del nostro quotidiano, non possiamo ignorare l’elemento di criticità nella fase storica degli ultimi decenni ,costituito dalla fragilità e frammentazione del movimento cattolico italiano. L’Altro elemento negativo che oggi  non consente  alcuna innovazione politica, a differenza del ricordato periodo postbellico,  è  la mediocrità della classe politica dirigente     incline ad uno scontro senza limiti e a  un cannibalismo interno ai partiti di governo che non approda a nessun risultato positivo agli occhi di un elettorato smarrito e demotivato. Letta deve confrontarsi con  questo orizzonte non privo di nubi se vuole veramente  riproporre la ricchezza culturale, la sua attualità e le prospettive del cattolicesimo sociale per dare una risposta chiara, percepibile ad una domanda di nuova politica che proviene da larghissime   fasce dell’elettorato  operaio e  dal frammentato , ma consistente, mondo del vecchio ceto medio. A maggio motivo, dopo la crisi pandemica che comunque finirà, occorrerà rianimare l’economia, mettendo al centro la persona , la vita, le famiglie, l’ambiente, il lavoro in una prospettiva di un “nuovo umanesimo sociale” come fondamento identitario oggi del tutto inesistente all’interno del partito democratico. Questa carenza identitaria è anche condizione di subalternità non solo all’interno del variegato arcipelago  della sinistra italiana .E’ questa connotazione identitaria- sintesi feconda ancora da perfezionare delle due anime culturali e politiche che portarono alla sintesi partitica del Pd- che  consentirà di costruire, con percepibile chiarezza, la prospettiva di un campo riformista inclusivo ma con una chiara visione politica  percepita dagli elettori  ancora in attesa di una risposta umana e sociale ai loro bisogni materiali ed immateriali. Questo è il bivio che il Pd ha  di  fronte  e Letta deve scegliere , con chiarezza e determinazione ,la strada da percorrere  che, probabilmente, è quella che abbiamo sommessamente delineata. Frattanto ,     come cattolico democratico , impegnato da decenni sulla frontiera dell’impegno sociale ,  accolgo con vivo interesse la sua plebiscitaria elezione    e

, in sintonia con il messaggio evangelico di questo periodo quaresimale,  gli  auguro  di vivere  la gioia della “ricostruzione” del Pd, ispirandosi  alla saggia e umile figura di Nicodemo che , nonostante la sua appartenenza al Sinedrio, avverti l’esigenza  di ascoltare  il Nazareno e il suo annuncio di salvezza, a partire dagli ultimi.  c on   il coraggio e la consapevolezza   che l’ascolto e il dialogo sono sempre fecondi.

di Gerardo Salvatore