Il dopo coronavirus: la diagnosi della fede, l’intervento della ragione

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Di Vincenzo Fiore

«Tutte le consuetudini seguite in passato per le esequie furono sconvolte; ciascuno provvedeva alla sepoltura come poteva. Molti, mancando del necessario poiché avevano già avuto molti morti, compivano l’opera di sepoltura in modo vergognoso, utilizzando pire che già erano state innalzate per altri cadaveri: alcuni prevenivano chi aveva provveduto ad accatastare la legna e, deposto sulla pira il proprio morto, subito appiccava il fuoco, altri invece gettavano su una pira – mentre già vi ardeva un altro cadavere – il corpo che avevano portato e se ne andavano», se non fosse per la diversa ritualità funebre odierna, che ha sostituito le pire ai forni crematori, il racconto di Tucidide della peste di Atene del 430 a. C. potrebbe assomigliare alle cronache di questi giorni che provengono da ogni parte del mondo: da Bergamo, fino a Detroit, passando per Madrid, o addirittura rievocare fedelmente i cadaveri bruciati per strada in Ecuador.

Allora come oggi, la malattia arrivò nel cuore dell’Europa da lontano, probabilmente dall’Etiopia, cogliendo impreparato persino un abile governate come Pericle, che non fu risparmiato. E le analogie non terminano qui, Tucidide ci ricorda infatti che: «Nulla potevano i medici che non conoscevano quel male e si trovavano a curarlo per la prima volta – ed anzi erano i primi a caderne vittime in quanto erano loro a trovarsi più a diretto contatto con chi ne era colpito –, e nulla poteva ogni altra arte umana: recarsi in pellegrinaggio ai santuari, consultare gli oracoli. Tutto era inutile». La medicina ippocratica si scoprì limitata, parziale e inefficace dinanzi all’ignoto. In molti accusarono della diffusione del morbo i rivali spartani, assecondando gli umori del popolo e ricercando facili risposte, così come oggi operano sul web complottisti vari e odiatori seriali. Lo storico ateniese però, al contrario, descrisse minuziosamente i modi in cui la malattia si presentava, osservandone i sintomi, raccogliendo dati. Tucidide pensò all’Atene del futuro come una polis pronta, capace di riconoscere e intercettare in tempo il male.

Ma, come purtroppo è già noto, la storia è maestra senza scolari. Per essere non pronti, ma quantomeno in guardia, non occorreva essere grecisti o filologi, ma sarebbe bastato dare ascolto al più recente rapporto stilato dal Global Preparedness Monitoring Board: “Un mondo a rischio”, datato settembre 2019 (tre mesi prima dell’inizio del contagio a Wuhan), nel quale la comunità scientifica aveva ravvisato infatti concreti pericoli di un’imminente pandemia.

Se a questo punto sembra inutile ragionare su quanto poteva essere fatto, occorre adesso, come Tucidide, essere consapevoli del presente e del passato per iniziare a costruire un futuro alternativo. Il coronavirus ha smascherato il sistema immunitario fragile del capitalismo, il modello economico della velocità e della produttività ha deragliato sui suoi stessi binari consumati, senza accorgersi o facendo finta di non accorgersi, di essersi lasciato alle spalle miliardi di persone sul pianeta. «Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta – ha dichiarato il Santo Padre nel corso della sua benedizione “Urbi et orbi” – Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato». L’urlo sottovoce di Papa Francesco in una San Pietro spettrale, è una diagnosi cruda e spietatamente concreta della nostra contemporaneità. Un messaggio potenzialmente universale, che tuttavia non ha trovato il benestare del cattolicesimo più oltranzista, ancora arroccato nei dogmi, nei pregiudizi e ormai confinato fuori dalla storia (numerose le dichiarazioni negli ambienti più conservatori, soprattutto americani, che accostano la diffusione del covid-19 alle unioni civili, alla comunione concessa ai divorziati, e persino al presunto tradimento di Papa Francesco).

Se la diagnosi è della fede, la ricerca è della scienza, alla filosofia resta un compito non meno semplice: quello di ri-pensare un modello di vita comune. Perché se è certo che tutto andrà bene sul piano della salute, grazie al lavoro continuo e geniale dei ricercatori, i costi socio-economici saranno durissimi. E nasconderci dietro a slogan ottimistici, non servirà a rendere il tutto meno drammatico. Ci riapproprieremo delle nostre abitudini, delle nostre uscite, della nostra vita, ma parafrasando Pertini, rischiamo di riacquistare una libertà monca, priva di giustizia sociale, una mera libertà di morire di fame. Intellettuali come Chomsky, hanno già lanciato l’allarme da tempo, proponendo soluzioni di riconversione totale. Starà alla coscienza individuale e collettiva scegliere se seguire la lezione di prevenzione di Tucidide o vivere nell’incoscienza consapevole descritta nelle pagine del romanzo profetico di Saramago: «Perché siamo diventati ciechi, non lo so. Forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione. Vuoi che ti dica cosa penso. Parla. Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono».