Il M5S è pronto per il governo del Paese? 

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Il M5S è pronto per assumere funzioni di governo? Il movimento che, secondo tutti i sondaggi, è al di sopra del 28%, con Di Maio sta cambiando pelle, assumendo, seppur timidamente, le caratteristiche di un partito politico. Gli ultimi scandali: rimborsopoli, con l’espulsione di otto, forse tredici, alcuni dei quali sicuramente quasi rieletti, l’inclusione nelle liste di iscritti alla massoneria, le improvvise dimissioni di esponenti di primo piano come, l’euro parlamentare Borrelli, uno dei fondatori del Movimento e componente la triade della piattaforma Rousseau che lo gestisce.

E la dichiarata possibilità di future alleanze mai ritenute possibili finora, sembrano dimostrarlo. Ma il movimento, per la sua struttura, per la forma che ha assunto e per l’assetto societario di proprietà della Casaleggio associata, attraverso l’associazione Rousseau, vera scatola nera, opaca e poco trasparente, della quale nessuno sa niente, è in grado di trasformarsi in un partito politico come previsto dalla Costituzione? Non pochi osservatori politici, con in testa il Foglio di Cerasa, ritengono che il movimento di Grillo e Casaleggio sia fuori dalla Costituzione, anzi sia addirittura incostituzionale perché ne violerebbe diversi articoli.

Innanzitutto l’art. 1 che parla di democrazia rappresentativa e non diretta, addirittura sul Web; l’art. 67 che attesta che i deputati e senatori rappresentano il Paese, senza vincolo di mandato; gli artt. 51 e 97 che vieterebbero, tra altro, la sottoscrizione da parte di parlamentari di contratti e di clausole che ne limitino l’azione; l’art. 49, che richiama il metodo democratico dei partiti a determinare la politica nazionale. Le regole del movimento non le fanno gli iscritti riuniti in appositi organismi provinciali e nazionali e a seguito di dibattito pubblico e di presentazione di piattaforme e programmi, ma dal duo Grillo Casaleggio che gestiscono il simbolo e il programma, prendere o lasciare.

Più che di una democrazia diretta e digitale sarebbe più opportuno parlare di una democrazia proprietaria. Anche le parlamentarie confermerebbero che con qualche centinaio di voti si può ottenere la candidatura a cariche importanti. Con rimborsopoli hanno, poi, perso la purezza di cui sono fieri. Non possono essere più considerati geneticamente diversi, ma simili, almeno in parte e come è giusto che sia, agli altri partiti dove ci sono buoni e cattivi, onesti e disonesti, furbi e semplici anche se a loro merito – e non è poco – va ascritto che quelli che sgarrano vengono messi fuori dal movimento anche a costo di procurarsi un danno perché non possono costringerli alle dimissioni.

Basta questo per poter considerare il movimento un partito, secondo l’accezione propria, in grado di assumere e di esercitare la guida del governo? Non sarebbe più logico ed utile allo stesso movimento completare il suo iter, scendere nella realtà concreta della politica anche rischiando di rimanerne contaminato? La tensione morale che ha permesso loro di prendere tanti voti deve essere confermata con l’esercizio del potere ed i necessari compromessi e dal contemporaneo raggiungimento di risultati apprezzabili che la Raggi a Roma, l’Appendino a Torino e Nogarin a Livorno, non sembra abbiano raggiunto.

E ancora c’è il problema della competenza e quello delle possibili alleanze ed accordi politici finora timidamente accennate ed in forma emblematica dal solo Di Maio Chi decide la strategia del movimento? Di Maio, che è sempre un “portavoce”? Grillo? Casaleggio? Tutti e tre insieme? L’assemblea dei deputati e senatori? Sono domande che, finora, non hanno ricevuto risposte. Non se la si può cavare sostenendo che, nel caso di incarico di formare il governo, Di Maio farebbe un appello al Parlamento al quale sottopone il suo programma, prendere o lasciare. Non funziona così in una democrazia parlamentare.

Infine, e non da ultimo, ci sono il problema della competenza, per la quale il limite dei due mandati è sicuramente un freno, gli equivoci sull’Europa, sull’euro, sull’immigrazione e sull’antifascismo. E’ un partito che può vantare nel suo DNA l’antifascismo proprio della nostra Costituzione? Anche qui manca una parola chiara. Ed infine il programma di governo: reddito minimo, abolizione della Legge Fornero, riforma dell’Irpef, solo per indicare le riforme più sbandierate. Il costo sarebbe di 78,5 miliardi di euro (4,5% del PIL) di cui tre quarti di maggiori spese. Secondo l’economista Perotti (ex commissario alla spending review nel governo Renzi) il costo totale ammonterebbe, invece, a 108 miliardi. La copertura sarebbe di 79 miliardi, di 45, secondo Perotti, con un disavanza di 63 miliardi (il 3,5% del PIL). Il reddito minimo non costerebbe 15 miliardi, come dice Di Maio, ma almeno il doppio. L’abolizione della legge Fornero costerebbe 15 miliardi e non 11 e la riforma dell’IRPEF avrebbe minori entrate per 16 miliardi e non 4. Infine Di Maio premier, appare a molti ancora troppo giovane, acerbo ed inesperto per assumere un ruolo così importante, in una situazione così grave e complessa, come quella odierna.

di Nino Lanzetta edito dal Quotidiano del Sud